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Sopravvivere coi lupi, la recensione in anteprima

Sopravvivere coi lupi, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

locandina-sopravvivere-coi-lupi.jpgRegia: Vera Belmont
Cast: Mathilde Goffart, Yaël Abecassis, Guy Bedos, Michèle Bernier, Benno Fürmann, Anne-Marie Philipe, Franck de la Personne
Durata: 90 minuti
Anno: 2007

Dei film sul nazismo e le persecuzioni antisemite ne abbiamo visti così tanto che nonostante l’importanza e la gravità del tema cominciano seriamente a stufare. Soprattutto perchè essendocene stati davvero molti il modo di mettere in scena, anche nel migliore dei casi, non si rinnova. In pochi davvero hanno saputo mostrare le note atrocità in una maniera diversa.

Sopravvivere coi lupi dunque pur partendo in difficoltà ha il grande merito di svincolarsi quasi subito dal problema di mettere in scena la persecuzione antisemita. La parte di nazismo infatti è solo lo sfondo, potrebbe trattarsi di qualsiasi guerra o qualsiasi atrocità che separi una famiglia e sarebbe lo stesso, il fatto che si tratti del nazismo è solo una casualità dovuta al fatto che la storia si ispira ad un fatto realmente accaduto (o sarebbe meglio dire realmente raccontato, poichè si è scoperto che il libro da cui è tratto il film è in realtà pieno di invenzioni).

La storia della bambina ebrea separata dai genitori deportati per essere messa in salvo che attraversa tutta la Germania a piedi e torna indietro in Belgio, sopravvivendo per mesi nelle foreste, cibandosi di quello che trova e per l’appunto vivendo coi lupi è una favola amarissima, adulta e molto sporca. Sporca di fango, pioggia, polvere e sangue, ma non priva di un umanesimo confortante senza essere buonista.

Vera Belmont non sceglie certo la strada più facile a cominciare dalla crudezza della messa in scena fino alla scelta di dare a tutto il racconto una forte impronta estetizzante. Sopravvivere coi lupi infatti è una film che punta moltissimo sulle immagini, i forti rossi che contrastano con i restanti colori desaturati come il marrone della terra sempre presente sul volto e sui vestiti della bimba, cercando di rendere così il dramma interiore della solitudine e dell’abbandono.

E’ quindi decisamente sorprendente (e in maniera positiva) il modo in cui è raccontata la storia della piccola Misha. Si partecipa autenticamente ad un fatto non molto autentico ma che si spaccia per tale eppure poco importa, perchè di fronte ad un racconto così coinvolgente i fatti perderebbero comunque la loro contingenza reale per diventare davvero metafore affidabili di una realtà famelica.

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