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I Demoni Di San Pietroburgo, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

demoni-san-pietroburgo-locandina.jpgRegia: Giuliano Montaldo
Cast: Miki Manojlovic, Carolina Crescentini, Roberto Herlitzka, Anita Caprioli, Filippo Timi, Patrizia Sacchi, Sandra Ceccarelli, Giovanni Martorana
Durata: 118 minuti
Anno: 2007

Giuliano Montaldo è un nome storico del nostro cinema, magari non uno di quelli più in primo piano, ma comunque un attore e poi regista che ha fatto parte del sistema cinema italiano fin dagli anni ’50, attraversandolo senza particolari guizzi se non Sacco e Vanzetti, film più necessario che bello.

Vorrebbe porsi nello stesso filone I Demoni Di San Pietroburgo, chissà, fatto sta che il risultato è di tutt’altro tono. La storia di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, delle sue passioni politiche in tarda età e di come la sua vita sia stata segnata dall’esilio in Siberia subito in gioventù dovrebbe costituire una riflessione sull’uomo e la politica, sull’uomo e la sua morale non casualmente centrata sui temi di colpa e redenzione (o per essere ancora più diretti di delitto e castigo).

Frequentemente associato a Bakunin e perseguitato per il suo passato nonostante al centro (volente o nolente) anche nel presente di molti fatti legati all’incalzante rivoluzione, Dostoevskij cerca anche di tirare a campare di scrivere e non lasciarsi sfruttare dagli editori confidandosi con la sua dattilografa (assunta proprio per fare prima). Ma le facili opposizioni di potere e rivoluzione, di etica e urgenza privata si incrociano con una scontata facilità che il film (come spesso accade ai polpettoni storici) assomiglia più ad una fiction per come non riesce a dare un punto di vista personale ma mette in scena il già visto corredato dal già conosciuto.

Non aiutato da un cast tutt’altro che in forma il film in moltissimi casi scivola nella fiction mancando di parlare agli spettatori come fa il cinema, cioè con le immagini, con il montaggio, con le musiche (nonostante campeggi il prestigioso nome di Ennio Morricone lo score è usato per riempire le parti senza dialoghi) e con i dialoghi e non come fa la televisione seriale, cioè variando su situazioni e personaggi noti. Non è una questione di colori desaturati o di controluce, è questione di usarli per dire qualcosa, è questione di renderli un mezzo e non un fine.

Oltre a questo si respira anche una noia ed una lentezza che non è scelta espressiva (il film vorrebbe essere movimentato e pieno di colpi di scena) ma risultato di un modo di raccontare vecchio di decenni che ho i miei dubbi funzionasse anche alla sua epoca (dove c’erano registi in grado di raccontare in maniere che sarebbero moderne anche oggi).

La cosa che dispiace di più è che ormai il cartello: “Questo film è stato finanziato con i fondi del Ministero Per I Beni Cuturali ed è considerata opera di interesse culturale” sta diventando sinonimo di cattiva qualità e i pochi film così prodotti che valgono nemmeno lo espongono.

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