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Gone Baby Gone, la recensione

Di Gabriele Niola

locandina-gone-baby-gone.jpgRegia: Ben Affleck
Cast: Casey Affleck, Michelle Monaghan, Morgan Freeman, Ed Harris, John Ashton, Amy Ryan, Amy Madigan, Titus Welliver
Durata: 114 minuti
Anno: 2007

Ben Affleck nasce anche come sceneggiatore, questo lo si sapeva. Nonostante abbia appiccicata adosso la figura del “bello”, la sua abilità di scrittore per il cinema già era stata provata con la sceneggiatura premiata con l’Oscar di Will Hunting realizzata a quattro mani con Matt Damon. Ora con il buon exploit anche alla regia di Gone Baby Gone è opportuno rivedere verso l’alto la sua abilità come narratore tout court.

Il film infatti viene da un libro e Affleck compie decisamente un buon adattamento, nel senso che la storia scorre e non sembra quell’accozzaglia di fatti compressi tipica di quando si cerca di ridurre maldestramente la letteratura al cinema. Nonostante accadano moltissime cose Ben Affleck affronta il racconto con molta tranquillità rifuggendo più che può la frenesia hollywoodiana e soprattutto adottando uno stile molto sobrio e controllato. Il risultato è un film che non resterà negli annali ma che ti fa uscire soddisfatto dal cinema per aver visto qualcosa che ti ha coinvolto e che soprattutto ti ha raccontato per bene una storia.

Ma ancora di più nonostante non siamo di fronte ad un capolavoro del cinema quello che stupisce è la chiara visione delle cose di Ben Affleck. Ogni elemento del film dalle luci, alle scene, al cast, alla musica è in tono con lo spirito della sceneggiatura, ogni cosa punta a dare un’idea di mondo che non sarà il massimo dell’originalità ma è in linea con quella di Will Hunting ed è qualcosa. Per lo meno è qualcosa.

Cioè Gone Baby Gone non offre il solito spettacolo di suspense, ma lo incastra in un mondo dotato di valori propri e di una propria coerenza interna, dunque oltre a parlare della trama del film e delle idee, dei valori e dei sentimenti dei protagonisti parla anche di qualcosa di più universale. Quel mondo di “spazzatura bianca”, come la chiama Clint Eastwood in Million Dollar Baby. E lo fa con una partecipazione e una raffinatezza che non mi sarei mai aspettato.

E se per noi è la cosa più facile e scontata, per chi lavora ad Hollywood non è lo standard scritturare per ruoli comprimari attori con facce da fame (se non alle volte non-attori), mettere in scena un’umanità realistica nei volti e nei fisici (che per gli americani vuol dire semplicemente ciccioni), ma una scelta precisa espressione della volontà di staccarsi dal resto.
Ed è apprezzabile infine la volontà di aver mantenuto l’atmosfera molto poco rassicurante del libro senza scadere in visioni alternative o in facili salvataggi. Nel film infatti non si salva nessuno, neanche i meglio intenzionati sono personaggi positivi e alla fine è quasi (quasi!) impossibile dire chi abbia ragione e chi torto.

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