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Femme fatale (2002). Un colpo di fulmine.

Di Roberto

Locandina

Femme fatale (id., Usa/Francia 2002 – Noir; 110′) di Brian De Palma con Rebecca Romijn-Stamos, Antonio Banderas, Peter Coyote, Eriq Ebouaney, Edouard Montoute, Rie Rasmussen, Thierry Frémont, Gregg Henry, Jo Prestia, Bart De Palma. 

Al festival di Cannes del 2001 (completamente ricostruito, tanto che il film citato, Estovest, fu in realtà presentato nel 1999; inoltre Régis Wargnier, Sandrine Bonnaire – rispettivamente regista e interprete di quello – e Gilles Jacob, direttore del festival, interpretano sé stessi), una ladra riesce a impossessarsi di preziosi diamanti, facendola in barba anche ai suoi complici; a Parigi, per sfuggire alla vendetta, assume l’identità di una sua sosia, morta suicida in seguito alla perdita della figlioletta, e in volo verso l’America incontra il suo futuro marito, un ambasciatore americano. Sette anni dopo, però, deve tornare a Parigi per un incarico del consorte e, mentre un paparazzo la combina grossa fotografandola, i suoi rancorosi complici, usciti di prigione, la stanno ancora cercando.

Aprendo con una dark lady intenta a guardare il celebre noir La fiamma del peccato di Billy Wilder (ed evidentemente a studiarsi le strategie della sua protagonista Barbara Stanwyck), De Palma opera una rianalisi/rivisitazione dello stereotipo cinematografico della femme fatale e torna allo stile di una volta, eccitato, voyeuristico, ma sempre controllatissimo: se l’aggiornamento del ruolo del titolo, alla fine, non è niente di originale (impotenza, castrazione, seduzione, arrendevolezza, i temi sono sempre quelli; in più, magari, c’è un’assenza della paura dell’Aids di vecchio stampo) e la struttura barocca – con tanto di lampi onirici, sprazzi poetici e colpo di scena più artificioso che spiazzante – è fredda e manierata in vana antitesi al materiale bollente, stavolta il film vale quasi completamente per la sua impeccabile messinscena. L’attacco con il furto al festival di Cannes montato su un riarrangiamento musicale del Bolero di Ravel (la colonna sonora è di Ryuichi Sakamoto) è stratosferico per tensione e armonia, e tutta la prima parte è un manuale di regia e di composizione dell’immagine. A dispetto del sospetto di vuoto e di narcisismo estetico, resta un film estremamente onesto, che gioca le sue carte scopertamente, crede fermamente in ciò che mostra e, per una volta, non lascia certo indifferenti. Fedele alla sua teoria secondo cui “la macchina da presa mente 24 fotogrammi al secondo, cioè sempre”, De Palma sceneggia e realizza un pastiche piuttosto elaborato, ma obiettivamente credibile o comunque affascinante, delle sue principali ossessioni di sempre: il doppio, lo scambio di identità, la prevaricazione della finzione sulla realtà, la dimensione del sogno, le vite parallele, il deja vu (in una scena-chiave è addirittura scritto in un’insegna), la plasticità della morte, il potere seduttivo della donna come corpo sessuale/arma erotica, il cinema nel cinema, la permeabilità della visione, l’inconciliabilità di pubblico e privato, la tragica ironia del caso; cosa che gli permette di rendere pure omaggio, una volta di più, al maestro Hitchcock, tramite il riuscito “plagio” di scene, costumi, intrecci e atmosfere da La donna che visse due volte. Niente male l’esordiente modella Romijn-Stamos, corpo fatalmente (un)dressed to kill che riesce a manipolare addirittura la propria, stessa mente; sicuramente peggiore e ben più bolso il bel tenebroso Banderas.

Oggi, Giovedì 24 Aprile, Rete4, Ore 21,10.


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