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Persepolis, la recensione

Di Gabriele Niola

persepolis-locandina.jpgOccorre dirlo subito: Persepolis è un lungometraggio d’animazione degno di questo nome, colmo di bellissime idee di regia e di trovate d’animazione fantastiche. Ed è anche un bel racconto.
Certo questo magari è vero più nella prima che nella seconda parte, dove ad un certo punto si soffre una certa stanchezza. Ma è anche vero che mai come in questo caso risulta facilmente superabile il concetto di parzialità dell’autore.

Non solo Persepolis è il racconto agiografico e autoconsolatorio della vita dell’autrice che dipinge la sua vita come un romanzo e se stessa come un’eroina morale (anche quando sbaglia si ravvede, vive vicissitudini romanzesche e finisce sempre per essere dalla parte della ragione alla fine di rassicuranti e commoventi calvari fisici e spirituali) ma è anche il racconto faziosissimo di un pezzo di storia e geopolitica recente.

Certo poi la fazione di Marjane Satrapi è ragionevolmente la più condivisibile, cioè quella contraria a qualsiasi forma di dittatura (figuriamoci quelle religiose!), tuttavia la condivisione della posizione politica non mi rende meno indigesta l’unidirezionalità del racconto e la volontà di convincere a tutti i costi. Ma come ho detto mi sono dovuto ricredere e la bontà dell’opera ha vinto anche sulla sua faziosità.

Pur volendo essere assolutamente di parte la Satrapi non ci riesce, pur condannando senza appello e senza sfumature di significato ogni cattivo della sua storia comunque riesce alla fine a dare un ritratto complesso della realtà dove le decisioni migliori spesso portano agli esisti peggiori in un’imprevedibilità e un caos generale ben reso su schermo.

Ancora di più il modo ironico e sempre divertito e divertente di mettere in scena anche i momenti più tragici è sempre convincente senza conoscere cadute di stile. E il mondo dell’Iran oscurantista e bigotto ritratto nel secco bianco e nero che non prevede sfumature è affascinante. Basta vedere la bellissima scena in cui la piccola Marjane è avvicinata da due educatrici e accusata per come è vestita (giubbotto e scarpe da ginnastica). Le due bigotte esponenti del sistema con il loro lungo velo si muovono come personaggi miyazakiani e siccome il velo non ne fa percepire le forme allora queste diventano elastiche e avvolgenti come mostri tentatori disneiani.

C’è insomma tantissimo cinema in Persepolis e tantissime trovate visive originali, una volta tanto unite ad un racconto necessariamente partecipato ma anche capace di andare (volontariamente o involontariamente) oltre le contingenti argomentazioni politiche.

Cinema chiusi fino al 5 marzo, QUI gli ultimi aggiornamenti.


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