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Tigerland: l’ingannevole anonimato registico di Joel Schumacher.

Di Roberto

Poster Tigerland

Tigerland (id., Usa 2000; Drammatico – 100′) di Joel Schumacher con Colin Farrell, Matthew Davis, Clifton Collins jr., Tom Guiry, Afemo Omilami, Stephen Fulton, Arian (Waring) Ash.

Fort Polk (Louisiana), settembre 1971: un gruppo di reclute, tra cui l’intemperante Roland Bozz e il suo amico intellettuale Jim Paxton che si è arruolato come volontario e che vorrebbe scrivere un libro di memorie, viene spedito a Tigerland, campo di simulazione della guerra del Vietnam situato a dieci miglia dalla base. L’addestramento sarà così duro da far impazzire un marine, che inizia a sparare con proiettili veri, mentre Bozz metterà la testa a posto e, scopertosi abile leader, deciderà di prendere il posto del compagno, ferendolo appositamente a un occhio.

Il film più personale – ma non per questo riuscito – di un regista commerciale che non ha, per fortuna, rinnegato la Hollywood cui appartiene per stile e mentalità: con una prospettiva scontata e pseudo-realistica, che gli è valso comunque l’inaspettato plauso generale di una critica solitamente ostile, l’anonimo Schumacher (che nel 1971 combatteva la sua guerra contro la tossicodipendenza, stato per cui fu riformato) sembra aspirare al film definitivo sulla sporca guerra nel Vietnam e sulle colpe dell’America, ma alla fine realizza un bigino di temi e situazioni già viste con più efficacia in altri film (i più saccheggiati sono l’ovvio Full metal jacket – per quanto riguarda il turpiloquio e la violenza dell’addestramento, con tanto di scena madre in bagno e finale tra la follia e la nostalgia – e I guerrieri della palude silenziosa – l’esercitazione che si trasforma in un vero massacro addirittura tra stessi compagni, a testimonianza che la vera guerra è prima di tutto dentro ognuno di noi; ma vengono presi a modello anche Hamburger hill, Platoon, La sottile linea rossa e molti altri). L’interessante lavoro fatto col digitale – cinepresa 16mm, camera sovente a mano, primi piani stretti e grana grossa a rievocare il documentarismo di quegli anni – ha una sua semplice dignità e una sua coerenza, e la conclusione è comunque dotata di una certa forza, ma anche il lato anarchico come riflessione di un’insicurezza nazionale non convince: e con tanti stereotipi in giro, non sarà certo una bandiera americana rovesciata a far parlare di simbolismo e di genialità. Appropriata fotografia di Matthew Libatique ma alcuni attori sono adeguatamente fuori parte – a cominciare proprio dal protagonista Farrell, che da qui ha cominciato pure a farsi notare.

Oggi, Domenica 17 Febbraio, Rete4, Ore 23,25.


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