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Parlami D’Amore, recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

parlami-damore.jpgRegia: Silvio Muccino
Cast: Silvio Muccino, Aitana Sánchez-Gijón, Carolina Crescentini, Andrea Renzi, Flavio Parenti, Max Mazzotta, Geraldine Chaplin, Giorgio Colangeli
Durata: 115 minuti
Anno: 2008

Per questo film occorre fermarsi un attimo. Non siamo di fronte a Moccia, a Neri Parenti o ad un qualsiasi altro espediente commercial-cinematografico. Il film di Silvio Muccino vuole con tutte le sue forze essere cinema alto, altissimo, vuole in ogni momento essere il miglior cinema immaginabile (anzi immaginato), non vuole fare risultato al botteghino ma commuovere tutto e tutti e non è neanche furbo. Parlami D’Amore in sostanza pretende e non raccoglie.

Vale allora la pena spendere due parole, perchè le professionalità coinvolte e la cura nella realizzazione non sono sbrigative e da quattro soldi, come capita solitamente per il cinema facile che cerca i molti incassi, qui è stato fatto un lavoro meticoloso e probabilmente anche faticoso, si sono spesi soldi e si sono cercati bravi attori ma senza la minima coscienza di cinema vero. E’ a priori, prima di iniziare a girare che il film ha preso una piega da condannare.

Perchè di cinema ce n’è molto nel film di Muccino. Di cinefilia spicciola, di citazioni geografiche improbabili, frasi da romanzo harmony, controluce, scene madre e attente colorazioni la pellicola trabocca in ogni momento. Ma a mancare è una vera e autentica idea di cinema.

Quello che si vede da questo film è che il cinema per Silvio Muccino è il livello più superficiale dei grandi capolavori, è cercare di colpire lo spettatore nella maniera più diretta e scontata possibile. Non ci sono allusioni, non ci sono rimandi e non c’è rispetto, c’è la ferma volontà di essere poetico e di esserlo a tutti i costi in ogni scena. “Non puoi avere un film di scene madri” dice un vecchio adagio hollywoodiano, perchè il cinema è costruzione attenta, è racconto bilanciato anche quando è pronto ad esplodere in determinati momenti. Ecco Muccino tutto questo lo ignora per raggiungere tutto e subito.

E allora il suo personaggio non fa il restauratore ma “riporta in vita il legno”, vive a torso nudo in una casa sfatta ma con dentro un pianoforte a coda, è povero ma pieno d’amore e sensibilità, si aggira solo quando piove e senza ombrello, vive di stenti ma gioca a poker (vincendo solo perchè gli entrano i punti non perchè sia abile), è innamorato della stessa ragazza da quando ha 8 anni ma non la conosce, parla solo d’amore e passa da una reazione passionale all’altra. Il risultato è chiaramente esilarante ma solo se non si pensa che ha il film è stato riconosciuto di interesse culturale dal Ministero (cosa incautamente sbandierata con un grosso cartello ad inizio film).
Non è cinema da quattro soldi questo, è cinema stupido. Vorrebbe essere cinema di forti passioni che mette lo spettatore di fronte ad un simulacro delle emozioni umane ma in realtà si avvicina all’orecchio di chi è in sala e urla fortissimo presupponendo che più urla, più accumula sentimentalismo spiccioli e figure retoriche emotive (la pioggia contro il vetro retroilluminato mentre una donna seminuda, ma con i tacchi alti e con i capelli bagnati suona il pianoforte), più lo spettatore si emozionerà.

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