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Jumper, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

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Regia: Doug Liman
Cast: Hayden Christensen, Samuel L. Jackson, Diane Lane, Jamie Bell, Rachel Bilson
Durata: 88 min
Anno: 2008

Pompato da una campagna stampa basata molto sul fatto che il film è stato girato in parte in Italia e che per la prima volta da tantissimi anni ha ottenuto il permesso di girare delle scene dentro il Colosseo, cosa che non fu concessa nemmeno a Ridley Scott per Il Gladiatore, arriva Jumper.

La storia è quella di un ragazzo che prima scopre di avere il potere di teleportarsi, poi scopre che nel mondo ce ne sono altri come lui e infine che un gruppo di uomini cerca di farli fuori perchè sono contro natura. In mezzo una storia d’amore e un rapporto enigmatico con la madre.
La cosa fastidiosa non è il soggetto, in fondo è materia per un film medio che può avere i suoi momenti, la cosa fastidiosa è la riuscita finale e la pochissima cura nella realizzazione. Ovviamente non si parla delle maestranze, sempre ottime per ciò che arriva da Hollywood, ma della scrittura, dell’attenzione a creare personaggi che siano quantomeno affascinanti e intriganti.
C’è un tentativo di andare in questa direzione con il cattivo, interpretato da Samuel L. Jackson con capelli tinti di bianco, ma nemmeno il carisma del buon Sam riesce a rendere intrigante un personaggio che dovrebbe essere un’accusa dei grandi poteri religiosi che cercano di distruggere o comunque limitare ciò che non condividono e non comprendono e che invece è una piatta metafora che agisce per stereotipi.

Jumper è azione di serie B (inteso nel senso deteriore del termine) perchè si preoccupa di avere una messa in scena dinamica fatta di continue esplosioni di suono e movimenti rapidi di macchina (che in sè non sono un male) ma non bada poi a che tutto questo sia alimentato da un fascino nei personaggi o nelle situazioni. Non bada in sostanza a che l’idea di fondo sia applicata con intelligenza.
Nonostante il potere di teletrasportarsi sia un’ottima base per spunti divertenti e intriganti (le rapine in banca), poi tutto si perde dopo poco per la mancanza di altre idee, diventando una continua ripetizione dello stesso schema (vedi l’inseguimento tra i due amici/rivali). E più ci si avvicina al finale più l’evoluzione del carattere dei personaggi sfiora il ridicolo (vedi l’ultima espressione di Samuel L. Jackson o il deus ex machina del personaggio della madre) e più il montaggio si fa frenetico e poco comprensibile. Cosa imperdonabile ad un film d’azione.

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