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Il Petroliere, recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

locandina-petroliere.jpgRegia: Paul Thomas Anderson
Cast: Daniel Day-Lewis, Paul Dano, Kevin O’Connor, Ciarán Hinds, Dillon Freasier, Colleen Foy
Durata: 158 minuti
Anno: 2007

Il Petroliere è il film del ritorno. Il ritorno di Paul Thomas Anderson a 6 anni dal particolarissimo Ubriaco D’Amore e di Daniel Day Lewis che, se si eccettua The Ballad Of Jack And Rose (minuscolo film diretto dalla moglie), mancava anch’egli dal cinema dall’uscita di Gangs Of New York 6 anni fa. E poche volte un ritorno fu tanto devastante.
Senza timore di esagerazione si può parlare di primo assaggio di vero cinema del 2008. Non è dato sapere cosa della produzione di quest’anno rimarrà nella storia del cinema, ma di sicuro Il Petroliere è tra i candidati più probabili.

Anderson gira con un’arroganza rara che, in virtù della sua indubbia abilità, diventa grande stile. Si permette di rompere tantissime tacite regole del cinema hollywoodiano in maniera personale e straordinaria, mettendo in scena un inizio lungo e praticamente muto che è da cineteca per come riesce a condensare tutto lo spirito di un film immediatamente e solo per immagini. Dopodichè continua nella decostruzione dello stile classico americano a suon di formalismi e trovate estetiche meravigliose, riprendendo anche i lunghi silenzi dei dialoghi, negando spessissimo il controcampo e soffermandosi sul suo protagonista, perchè solo lui conta.

Emblematica la scena in cui arriva alla fattoria Sunday e incontra per la prima volta il personaggio di Eli, lo sguardo di stupore che scambia di sfuggita con il figlio e il modo in cui non si fa menzione esplicita del fatto che quel personaggio già l’abbiamo visto ma tutto sia spiegato con le immagini è vero cinema.

Il Petroliere racconta 30 anni nella vita di un uomo, un self made man ricco potente e arrogante che tuttavia non è una figurina ma una persona vera a tutto tondo, capace di incredibile dolcezza (la scena in treno con il figlio piccolo) e terribile grettezza (l’esplosione del pozzo). Ci sono mille episodi che si susseguono per evidenti opposizioni (uomo-natura, uomo-fede, uomo-famiglia, uomo-vecchiaia) e che rendono difficile fino alla fine capire di che film si tratti.

Ancora di più Il Petroliere utilizza tutte tecniche già viste nel cinema di Anderson (macchina da presa instancabile e in continuo movimento, ritmo frenetico, musica onnipresente) ma con meno enfasi. Si passa sempre con lenti zoom o lente carrellate dai totali (riprese in cui i personaggi sono presi tutti quanti assieme al paesaggio) ai particolari. C’è un’attenzione maniacale alla composizione dell’inquadratura e a come la vita di ognuno sia immersa nelle terre in cui abitano. Infatti ad ogni inquadratura ravvicinata nella quale non si scorge l’ambiente ne corrisponde sempre una di più ampio respiro.

Purtroppo però ad un certo punto il film comincia a ripiegarsi su Daniel Day Lewis che con la solita prestazione mostruosa si mangia il film. Verso la fine il fulcro non è più il cinema, la storia o il personaggio ma Daniel Day Lewis stesso, trasfigurato dal personaggio e dai suoi virtuosismi, in un crescendo che culmina nella scena finale nella sala da bowling. Così nonostante sia un ottimo film, all’uscita da Il Petroliere non si può fare a meno di pensare che sia un capolavoro mancato, che “questa volta ci siamo andati veramente vicini”.

Menzione particolare per le musiche per archi di Jonny Greenwood dei Radiohead, un misto di classico stile hollywoodiano, trovate hitchcockiane e utilizzo kubrickiano che spero davvero faccia scuola.

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