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Non fermatevi al Civico 0

Di Smeerch

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Civico 0

di Francesco Maselli (Italia, 2007)
con Ornella Muti, Massimo Ranieri e Letizia Sedrick.

Il regista l’ha definito film-documentario. In ambito televisivo lo catalogherebbero sotto ‘docu-fiction’ o ‘docu-fiction’ ma il risultato comunque non cambierebbe. Tre storie di senzatetto, raccontate dalla viva voce dei tre prtagonisti ed interpretate da tre attori professionisti.
Stella, una giovane etiope che ancora ragazzina attraversa…

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… a piedi il deserto pur di arrivare in Italia e che una volta qui, in compagnia di suo marito e della sua piccola figlia si trova a vivere un odissea tra continui spostamenti di alloggi, sopprusi e continua e disperata ricerca di lavoro.
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Nina, una rumena sulla quarantina che viene in Italia per cercare un lavoro e per raccimolare quindi del denaro da spedire alla sua sfortunata famiglia rimasta in patria. Una donna disperata, che non conosce una sola parola d’italiano e che si ritrova progioniera, rinchiusa in casa a far da schiava a due donne anziane.scaled.civico_0_08.jpg
Giuliano, un ‘fruttarolo’ di Campo dei Fiori. Un mammone che a cinquantanni vive ancora a casa con i genitori, anche a causa della misera esistenza che conduce. Quando improvvisamente more sua madre abbandona il lavoro e si ritrova sperduto nella sua stessa città, così inizia a vagabondare sui tram giorno e notte, senza meta e senza sosta.
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Cosa non mi è piaciuto. La voce fuori campo. Lunghissima, pesante ed eccessiva. Spesso spezza la concetrazione e distoglie dalla visione di alcune immagini particolarmente toccanti.
Io avrei eliminato, o almeno ridotto, gli intermezzi tra un racconto e l’altro che sembrano solo tante mini riprese amatoriali in cerca di raccontare diverse situazioni di disagio, miseria e disperazione di gente che vive per strada con mezzi di fortuna. Pout pourri frammentario che credo non aggiunga molto ai tre racconti principali.  scaled.civico_0_07.jpg
Cosa mi è piaciuto. La recitazione dei tre attori. Sia la Muti che Ranieri sono pressoché perfetti nei ruoli che sono stati loro assegnati. Lei è credibilissima nel ruolo della modesta rumena che per necessità si lascia morire lentamente – metaforicamente parlando – e che si sottomette alla schiavitù pur di sostenere la sua famiglia lontana. Lodevole il fatto di essersi fatta truccare come una semplice donna di mezza età, anzi escludendo quasi il make-up per risultare sciatta e priva di qualsiasi orpello seduttivo o il benché minimo segno di cura per l’aspetto esteriore.
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Massimo Ranieri dà l’idea di essere un uomo ‘de Roma’. Lo sentiamo fare accenno anche ad alcune espressioni tipiche del romanaccio di strada. Questo ruolo non è che una conferma di quanto sia valido come maschera drammaica. Fossi stato il regista, avrei solo eliminato il dettaglio stretto sul volto del protagonista nel momento in cui questo apprende della morte di sua madre. Fermo immagine eccessivo che finisce per risultare come una forzatura superflua.
Anche l’interpretazione della Sedrick non è da buttar via. Anzi. Credo sia alla sua prima esperienza sull schermo ma se la cava in maniera più che dignitosa, senza mai andare sopra le righe. Il modo di mettere in scena la disperazione e la condizione di estrema miseria pare quello di un’attrice navigata. scaled.civico_0_03.jpg
Originale anche la locandina. Niente di già visto. Forse la foto di Ranieri non rende benissimo l’idea che il film tratti di gente che vive per strada ma di certo non è un tipo di artwork abusato.
Il titolo invece rende appieno. Il civico 0 è ovviamente quello di chi non ha alcuna fissa dimora. Buona idea.
Il film è ambientato nella Capitale ma racconta il disagio di sole tre vite ma tutto ciò ha sicuramente un forte significato simbolico ed esemplificativo che si può facilmente estendere ad altre migliaia di vite simili che sono sparse per tutta la penisola.
Spiace che questo film venga rilasciato nelle sale. Forse è un prodotto più adatto alla tv. Le gente spesso si reca al cinema per divertimento e/o svago. Credo che difficilmente le sale si riempiranno di gente disposta a deprimersi per 80 minuti. Meritevolissima però l’idea di trattare un tema spesso dimenticato come quello dei clochard – senza tetto, barboni, ecc. Chiamateli pure come vi pare. Il problema resta.
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Il film, liberamente ispirato al libro Il nome del barbone di Federico Bonadonna, è stato prodotto da Roberto Andreucci per la A.K.S. (All Kind Stuff) e dall’Istututo Luce, uscirà in sala venerdì prossimo, 23 Novembre.
Alla regia hanno collaborato anche Gioia Benelli e Susanna Capristo.

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