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Il Fantasy cinematografico: da Peter Jackson ad Eragon e guardando al futuro

Di Davide Dellacasa

Odiatissimo dai puristi del genere e della trilogia del Signore Degli Anelli, Peter Jackson portando sullo schermo con tutti i crismi del blockbuster la trilogia di Tolkien ha fatto qualcosa che è andata oltre la semplice trasposizione di un’opera letteraria di genere sul grande schermo, ha nobilitato un genere definendone le sue componenti filmiche per l’era moderna.

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Non che il fantasy in sè avesse bisogno di essere nobilitato, da decenni è un genere letterario tra i più letti, frequentati e apprezzati, quello di cui aveva bisogno era che qualcuno ne fissasse gli standard cinematografici. Prescindendo dalle valutazioni sull’opportunità e la riuscita dell’operazione di Peter Jackson, è indubbio che quello in cui il regista neozelandese è sicuramente riucito è la nobilitazione filmica di un genere che fino a quel momento era terreno per cinema e serie televisive di serie B.

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Un’operazione che all’epoca non riuscì nemmeno a Ridley Scott che fresco dei successi clamorosi di pubblico e critica di Alien e Blade Runner girò Legend con Tom Cruise, un film giustamente dimenticato. Dopo decenni di scadenti (nei budget e nelle riuscite) produzioni americane e piccole realizzazioni inglesi, Jackson ha saputo trovare un punto di incontro tra la mentalità cinematografica americana del blockbuster e una rappresentazione adeguata del mondo fantasy inglese.

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Infatti dopo il successo di Il Signore Degli Anelli la produzione di film fantasy non è solo aumentata (cosa abbastanza prevedibile) ma è sostanzialmente migliorata nel budget, nella promozione e nelle ambizioni. Il fantasy è diventato insomma mainstream, un genere capace di comprendere sotto di sè varianti e caratterizzazioni nazionali, capace di contaminare oltre che di essere contaminato, capace insomma di assumere diverse forme. Capace insomma di molte cose ma non di essere americano.

Episodi degli scorsi decenni come per esempio lo stesso Legend o Dragonheart a metà anni ’90, al pari di un film uscito quest’anno come Eragon, dimostrano come i migliori exploit fantasy, i più nobili e i più riusciti rimangano quelli basati sulla tradizione inglese.


Benchè infatti sia anch’esso tratto da un libro (ancora aspettiamo un film del nuovo ciclo fantasy basato su un soggetto originale) Eragon è a tutti gli effetti un prodotto americano, mentre il “nuovo cinema elfico” di questi anni si basa su opere inglesi e realizzazioni solitamente a partecipazione statunitense. A chi avesse visto il film tratto dalla saga del giovane Christopher Paolini sarà sicuramente balzato agli occhi come il mondo fantasy venga trattato in maniera differente rispetto anche ad un’opera che è solo contaminata dal fantasy come Harry Potter ma che è comunque di origini inglesi.

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Svilito nelle sue componenti più rigorosamente umane e americanizzato nel senso più manicheo del termine (favorendo cioè la spettacolarizzazione rispetto ai personaggi), Eragon, nonostante sia pienamente considerabile un film fantasy, è agli antipodi rispetto per esempio ad ancora un’altra opera degli ultimi anni, Le Cronache Di Narnia, anch’essa fieramente inglese (anche nella realizzazione) e decisamente più fedele alla tradizione. Merito anche in questo caso dell’aver tratto la sceneggiatura da una serie di libri di indubbia popolarità e influenza sull’immaginario fantasy.

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Questo accade perchè il genere fantasy ha sempre rispecchiato una mitologia a forti caratteri europei (per non dire inglesi) non solo per quanto riguarda gli intrecci delle trame ma soprattutto per i personaggi che mette in scena, e la trasposizione cinematografica del genere per raggiungere le sue punte migliori ha dovuto necessariamente attendere che fossero portati sullo schermo quella tipologia di personaggi con quel tipo di sensibilità.

Non è bastato cioè ambientare delle storie in un universo di nani ed elfi per creare il fantasy, perchè anche in questo caso non sono il contesto e i costumi che creano il genere ma l’aria che respirano i personaggi e le motivazioni che li spingono a prendere le decisioni che prendono.

Nonostante i draghi appartengano in pieno alla mitologia fantasy e così i cavalieri e quant’altro sia presente in Eragon, i caratteri tipicamente americani dei suoi protagonisti sono assolutamente fuori luogo come un orologio al polso dei personaggi. Gli uomini in cerca di riscatto a cui la vita offre una seconda possibilità, le figure pseudopaterne che fanno da mentore, la formazione del giovane protagonista ecc. ecc. stonano clamorosamente e affossano il film proprio in quelle componenti in cui dovrebbe dominare.

Fortunatamente per il momento quello che si intravede all’orizzonte è ancora una serie di produzioni inglesi, alcuni seguiti dei film sopracitati e forse si mormora anche la trasposizione della saga di Dragonlance.

di Gabriele Niola. Leggi anche la recensione di Eragon.

Da No Time to Die a Ghostbusters, ecco le nuove date dei film 2021 (in costante aggiornamento)

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