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Eragon, cosa c’è da salvare?

Di Davide Dellacasa

Eragon esce oggi in Italia dopo aver esordito al secondo posto negli USA ed essersi piazzato bene nel resto del mondo. La critica americana lo ha stroncato ed anche i primi che lo hanno visto in Italia non sembrano aver gradito.

Eppure c’è qualcosa da salvare in questo fantasy natalizio 2006. Qualcosa che farà inorridire i fan del libro da cui è tratto, qualcosa che farà inorridire due volte gli amanti del Fantasy, e un’altra che farà inorridire tre volte quelli del cinema… ma in fondo quest’ultima è una cosa comune a molti film, soprattutto sotto Natale.

La prima cosa da salvare e che salverà un po’ il risultato del film è che Eragon è breve. Dura solo 104 minuti! Un niente. Per capirci il fantasy di serie B dello scorso anno, Le Cronache di Narnia, durava 40 minuti di più, ben oltre le due ore. Non parliamo poi de Il Signore degli Anelli, 178 minuti il primo, 179 il secondo, 201 il terzo!

La brevità è un vantaggio, non solo aritmeticamente commerciale, perché rende il film tollerabile a chi proprio il Fantasy non lo sopporta. Permette ai genitori di portare i figli (anche se quelli che hanno letto il libro resteranno delusi) a vederlo senza doversi sorbire tre ore al cinema. Anzi le conseguenze del “rapido adattamento” del film -quindi la mancanza di ogni antefatto, premessa, background se non due parole affidate alla voce fuori campo- lo renderanno probabilmente adatto anche alle mamme e a quelle rappresentanti del gentil sesso costrette ad accompagnare al cinema mariti e fidanzati amanti del genere, che anche se sanno che resteranno delusi proprio non possono perderlo.

Il film è breve e probabilmente gli autori hanno voluto che fosse così perché, diciamocelo anche noi che leggiamo tutti questi “libri per bambini” anche quando non se lo meritano solo perché amiamo il genere, il libro di Paolini NON E’ Il signore degli anelli e nemmeno un più modesto capitolo della serie di Narnia. Volendo tentare di rispettarlo sarebbe inevitabilmente venuto fuori un film più lungo, con inevitabili digressioni, alberi genealogici e via dicendo, tutte cose che forse, lo dico sperando di non offendere i fan, la materia letteraria di Paolini non merita e non avrebbe retto nella trasposizione cinematografica. Cioè Eragon è breve perché altrimenti non poteva essere.

Anche se, e qui veniamo ai problemi più strettamente cinematografici, del testo si poteva rispettare qualcosa in più e probabilmente il film ci avrebbe guadagnato. Un po’ di coerenza spazio temporale non avrebbe guastato e non avrebbe offeso gli amanti di un genere che agli occhi dei più potrà sembrare infantile, ma in quanto a coerenza narrativa ha molto da insegnare. E, anche correndo il rischio di “copiare” altri film, i nani potevano essere fatti come Nani: commento dalla fila dietro “e quello sarebbe un nano?!”

Le ultime cose che salvo di Eragon sono quella su cui avevo più timori all’inizio, il drago, e il Durza di Robert Carlyle. Saphira è… ben riuscita. Niente di nuovo, ma ottimamente realizzata. Durza invece è uno dei personaggi meglio riusciti, a differenza del Brom di Jeremy Irons, che proprio non ha tempo di emergere.

Imperdonabile, invece, il doppiaggio di Ilaria D’Amico, che fin dall’annuncio aveva lasciato perplessi non solo i fan. La ricerca dei cosiddetti “talent” per il doppiaggio può essere discutibile ma avere le sue ragioni. Ma in questo caso è tanto inspiegabile quanto irritante, tanto da far sperare, durante il film, che il drago “non parli”.

Ecco, a parte questo, Eragon è un Fantasy di Natale -il prossimo capitolo potrebbe benissimo intitolarsi Saphira sul Nilo– realizzato “da chi” e “per chi” non ama particolarmente il genere.


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