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MEMENTO

Siamo nel 2000. Christopher Nolan ha mandato nella sale (poche) il suo film d’esordio, Following, un pellicola a bassissimo budget che ha scritto, diretto, fotografato e montato e che porta in scena la storia di un tipo qualsiasi che segue per le strade di Londra un criminale, finendo inevitabilmente invischiato nelle sue vicende. Following è girato in bianco e nero, con una forte attenzione alla resa realistica di quanto ripreso, scelta dettata dal budget modestissimo ma che diventerà rapidamente uno dei segni distintivi del regista. Altra caratteristica peculiare è che è montato in maniera temporalmente non lineare, cosa che permette a Nolan di rendere interessante e tenere viva una messa in scena altrimenti modesta. Anche questo “trucco” entrerà a far parte degli strumenti d’elezione del regista. La pellicola non riscuote un enorme successo economico ma si è fatta notare nei festival e apre le porte a Nolan per una produzione più strutturata, sempre un piccolo film ma non piccolissimo: Memento. È ancora un crime movie e ha nuovamente una narrazione anomala lungo l’asse del tempo ma, in questo caso, il flusso narrativo non è scomposto ma, “semplicemente”, invertito. Lo spettatore assiste agli eventi a ritroso, ricostruendo la trama e il senso della storia via, via che questa si riavvolge. Il film è un grosso successo e fa apparire il nome di Nolan su tutti i radar delle grandi major cinematografiche. Il pubblico, pur apprezzando parecchio, è però confuso dall’approccio al racconto e, dopo qualche anno, esce una versione della pellicola rimontata in maniera tradizionale, per “spiegarlo” a tutti, anche ai più distratti.
Con Memento, Nolan inizia a codificare il suo linguaggio, il suo stile e i suoi temi:
l’analisi della realtà come elemento soggettivo, la sincronicità e il tempo, inteso come uno strumento della sua grammatica narrativa ma anche come cuore tematico principale del racconto.
Riuscirà a metterli a fuoco tutti assieme in un solo film solamente qualche anno dopo.

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