
Sembrerà un ritornello, ma gli amanti del cinema e delle televisione attendono Luck come poche serie al mondo: creata e scritta dal David Milch di N.Y.P.D., interpretata da Dustin Hoffman e diretta da Michael Mann, almeno nel pilot. E proprio il pilot è stato trasmesso da HBO in anteprima quasi due mesi prima dell’inizio della serie, fissato per il 29 gennaio: e a giudicare dal primo episodio si prospetta una serie straordinaria.

La serie racconta da dentro il mondo delle corse, degli ippodromi, dei cavalli: un gangster appena uscito di prigione che cerca di rifarsi una credibilità e il suo autista, diventato proprietario di un cavallo; un gruppo di giocatori incalliti pieni di debiti e collusioni con la polizia corrotta; i fantini e gli stallieri che cercano di fare di tutto perché i cavalli possano dare il loro meglio. Storie e personaggi che finiranno necessariamente per incrociarsi nella sceneggiatura di David Milch, che porta quasi all’estremo la tecnica narrativa corale di Deadwood raccontando più un mondo e un intero contesto che dei personaggi: scelta ardita, e molto, ma anche efficace.

Aperto da Splitting the Atom dei Massive Attack in sigla, lo show si pone l’ambizione non molto piccola di descrivere il microcosmo che ruota attorno ai cavalli, fatto di denaro, violenza, speranze e miserie, illusioni e violenza, e che diventa perfetta allegoria del nostro mondo, della rincorsa folle a una felicità fatta di ricchezza, con il personaggio di Chester Bernstein – in questo episodio fa da cornice più che essere il centro del quadro – collante marcio, malato, ma a suo modo desolato e tragico: narrato praticamente in tempo reale, come mostra una delle prime incredibili sequenze nella quale il ritorno di Bernstein a casa dal carcere è intervallato dal suo mondo in lento ma evidente disfacimento, Luck vive e cresce – inutile negarlo – sulla grande regia di Mann (Heat-La sfida, Nemico pubblico) che porta sul piccolo schermo una dimensione diversa, compressa, molto diversa da quella televisiva, capace di prendere un modello televisivo molto lontano dal suo - di solito stretto tra due, massimo tre personaggi – e renderlo personale, figlio del proprio occhio, della propria mano, del proprio polso.

Basti vedere l’uso radicale del digitale in una sequenza come quella della corsa centrale, che da sola vale ore di televisione messe insieme, o la cura maniacale di una sceneggiatura che racconta l’universo delle corse fin nei minimi dettagli (l’attesa che un cavallo evacui per poter partecipare a una gara), per capire come l’episodio sia un assoluto capolavoro che può dar vita a una serie assolutamente grandiosa. Che si fa forza su un cast di primissima scelta, oltre a Hoffman, Dennis Farina, Nick Nolte e Michael Gambon (Silente in Harry Potter) come mostra il promo della stagione qui sotto. L’attesa è spasmodica dopo il pilot: sarà stata una saggia idea farlo cominciare a fine gennaio? Voi che ne pensate? Vi aggiorneremo costantemente qui su Screenweek.
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Gulp! Gasp! Urka! La recensione è da urlo, tradotto meglio di così si muore
e pensavo che l’ambientazione fosse troppo di nicchia, limitata nel fascino e negli spazi per invogliare la visione.
Ero sicuro che non avrebbero preso l’ispirazione da Febbre da Cavallo
E invece da quello che scrivi pare di essere tornati ai tempi di LA Takedown.
Pensi che Mann ne farà una versione estesa per il cinema, come successe per Heat?
A questo punto non vedo l’ora che diriga il film su Robert Capa e sulla Ferrari ( non solo su Enzo …)
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Grazie mille, felice che ti piaccia il pezzo.
In effetti è di nicchia, e il pilota presenta tutti i personaggi non addentrandosi troppo nella trama: ma la regia e l’atmosfera sono favolose e il potenziale è pazzesco. Tanto che temo che senza la regia di mann perda qualcosa.
Sul film ne dubito, ma i film su Capa e Ferrari hanno scritto Mann su tutti i fotogrammi.
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Il bello è che Mann ha un respiro talmente epico e valorizza gli spazi, in particolare quelli urbani, in modo così potente e grafico, da rendere attuale, e cool tutto il campo del reale. Ed è un mostro con la fotografia.
E così i suoi casting, i personaggi, i film sono allo stesso tempo classici e contemporanei, vissuti ma più grandi della realtà, perchè contiene e riproduce dentro di sè il mosaico che sta fuori.
E su Ferrari basta l’entusiasmo espresso pochi mesi prima della scomparsa, di Sydney Pollack, a margine dell’Aspen Film Fest, che ha contribuito a scrivere la sceneggiatura. Mica uno scolaretto qualsiasi
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