Intruders, Clive Owen contro l’uomo nero

Scritto il 5 dicembre 2011 @ 16:35 da emanuele.r in

Terzo film di Juan Carlos Fresnadillo, un horror tra fantasmi e psicoanalisi (fuori concorso al Torino Film Fest) che non riesce a convincere e butta via una bella possibilità.


L’uomo nero, il mostro che da dentro l’armadio ci spia ed esce a toccarci per prendersi la nostra faccia. Uno spunto non nuovo nel cinema horror che però mantiene intatto il suo potenziale di terrore. Deve averla pensata così anche Juan Carlos Fresnadillo, regista dell’ottimo 28 settimane dopo, mettendosi alla guida di Intruders, suo terzo film presentato al festival di Torino nella sezione Festa mobile-Figure nel paesaggio.
Due storie simili e parallele: in Spagna, un bambino è perseguitato da un uomo incappucciato e senza volto che vuole rapirlo per prenderne le sembianze; in Inghilterra accade la stessa cosa a una ragazza, ma qui c’è il padre che cerca di difenderla. Cosa avranno in comune le due storie? Alla domanda risponde la sceneggiatura di Nicolàs Casariego e Jaime Marques che guardano al lato fiabesco del cinema dell’orrore per raccontare la paura dell’immaginazione, della fantasia che diventa reale.

Il infatti sembra voler riflettere sul potenziale nero, oscuro e terrificante dei racconti dell’infanzia, con l’uomo nero come figura archetipica che rimanda anche al diavolo e all’impotenza di Dio nella parte spagnola, o ai fantasmi dell’inconscio in quella inglese: e questo sarebbe un bello spunto per fare un horror allo stesso tempo psichico e onirico, per sondare davvero la capacità visionarie della nostra mente. Invece a Fresnadillo, la miscela di fiaba e religione, di razionale e irrazionale non riesce e si spreca tutto il buono dell’assunto alla ricerca di una morale familista quanto mai facile e in questo caso un po’ fuori luogo.
Fosse solo per la macchinosità della sceneggiatura o per certi suoi buchi, che fanno sospettare una certa disonestà verso lo spettatore, ci si potrebbe anche passare sopra, ma la regia rischia troppo a giocare coi ritmi dilatati, il buio, i silenzi e spesso perde la sfida, non riuscendo a rendere questi elementi davvero parte dello stile del film. Clive Owen così non riesce a fare molto di più che accontentarsi del ruolo del padre eroico e incompreso, lasciando nell’anonimato il resto cast. E chiudendo con una delusione l’ottimo Torino Film Festival di Screenweek. Ma voi continuate a seguirci per altre notizie e recensioni dal mondo del cinema.

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