Win Win-Mosse vincenti, egoismo e riscatto secondo Paul Giamatti

Scritto il 26 novembre 2011 @ 15:30 da emanuele.r in

In concorso al 29° Torino Film Festival, il terzo di film di Thomas McCarthy racconta la lotta grecoromana e le rotture familiari con humour discreto e grandi interpretazioni. La recensione per voi.

Lo sport, e negli ultimi tempi lo abbiamo ripetuto spesso, è la metafora preferita dal cinema americano per raccontare i limiti dell’essere umano ma anche la propria forza: lezione imparata, riveduta e corretta da Thomas McCarthy, regista di notevole sensibilità che al terzo film (dopo gli ottimi The Station Agent e L’ospite inatteso) è in concorso al Festival di Torino con Mosse vincenti, in cui la pratica sportiva di riferimento è la lotta greco-romana.

Protagonista del film è Mike, avvocato di nessun successo e allenatore di una penosa squadra di lotta al liceo a cui cambia la vita quando, dopo essersi assunto l’incarico di gestire un vecchio infermo, vede arrivare il di lui nipote, in fuga dalla famiglia ma con un grande talento per la lotta. Commedia dalle vene drammatiche e umaniste, timbro proprio del regista e del cinema seventies a cui s’ispira, scritta dal regista con Joe Tiboni per raccontare cosa significa – non solo attraverso lo sport – il riscatto e la cura per gli altri.

Centrato sul più americano dei valori, ossia quello della seconda opportunità che tutti meritano, il film parte come una parabola dall’andamento classico, in cui la voglia di emergere, di affrontare o dimenticare il passato e i propri limiti, passano attraverso l’agonismo, ma diventa coi minuti una riflessione sull’egoismo che si nasconde in ogni gesto anche “eroico” e su come come quello conta nella vita sia fare “qualunque c…o di cosa” per restare a galla, per non affogare. Morale nient’affatto facile o edulcorata che McCarthy racconta con il tono sorridente e sincero che abbiamo imparato a conoscere, affezionandosi ai suoi personaggi con humour discreto.

Per merito in primis di una sceneggiatura che arricchisce la sua costruzione lineare di sottotesti e sottotoni, ma anche di una regia sicura nel condurre lo spettatore al limite dell’emozione, senza sfiorare mai il patetismo, e di dirigere gli attori in una grande recitazione tra le righe: impagabili i giochi di sguardi tra Paul Giamatti e Amy Ryan, ma anche la purezza delle mosse e delle carezze, vestite da schiaffi, chieste dal platinato Alex Shaffer. Una di quelle opere piccole e preziose, che paiono una di quelle persone messe in disparte, che nessuno vorrebbe ascoltare, ma che in realtà hanno molto da dire. Che ne dite, v’ispira questo film? Per altri consigli dal festival di Torino, continuate a seguirci su Screenweek.

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