La nouvelle guerre des boutons – La recensione da Roma

Scritto il 30 ottobre 2011 @ 18:18 da Marco Triolo in

Il remake de La guerra dei bottoni soffoca tutta la gioia e il divertimento infantili in un mare di pesanti riflessioni sul razzismo, la guerra e l’Olocausto…

La nouvelle guerre des boutons

Christophe Barratier rimette in scena un famoso romanzo di Louis Pergaud, già adattato da Yves Robert in un classico del cinema francese anni Sessanta, La guerra dei bottoni. Questo La nouvelle guerre des boutons è un progetto decisamente ambizioso, perché, come ci spiega il regista poco prima che abbia inizio la proiezione, l’ambientazione è stata spostata agli anni Quaranta, durante l’occupazione nazista della Francia, per creare un parallelo tra la “grande” guerra e quella “piccola” dei ragazzini del paese di Longeverne contro i vicini di Veltrans.

L’ambizione, dicevamo. L’ambizione è una brutta bestia, perché se non la si riesce a convogliare può generare rantoli didascalici e saccenti che minano alla fluidità e al ritmo di un film. L’ambizione è ancora più problematica quando si parla di un film che dovrebbe celebrare la leggerezza e il divertimento del gioco infantile, e invece finisce per essere un predicozzo sui soliti temi dell’olocausto, del razzismo, eccetera. Sia chiaro, non è che sia sbagliato includerli nel racconto se funzionali a dire qualcosa sulla fine dell’innocenza infantile, ma il grosso problema qui è che Barratier finisce per focalizzare il film più su “resistenza versus collaborazionisti”, che non su “Longeverne versus Veltrans”, e annoia con un sottotesto che diventa sovratesto, che soffoca tutto il divertimento e la gioia in un mare di riflessioni che in tanti hanno già fatto, e meglio.

Il cast di ragazzini protagonisti è azzeccato e a tratti eccezionale, i personaggi davvero ben delineati e capaci di conquistare. Peccato che siano sommersi da tanti strati superflui che, nonostante le buone intenzioni e i buoni sentimenti a profusione, non riescono a commuovere neanche per un secondo. A volte l’innocenza è molto più eloquente dell’ambizione, ma Barratier ahinoi non l’ha capito in tempo.

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