Festival di Roma 2011, The Lady di Luc Besson apre la kermesse

Scritto il 27 ottobre 2011 @ 14:36 da emanuele.r in


La 6^ edizione del Festival Internazionale del Film di Roma si apre all’insegna delle donne – filo conduttore dell’intera rassegna – e della politica: lo fa Luc Besson con The Lady, dramma biografico  presentato fuori concorso e girato dal regista francese tra un cartone animato e l’altro, con cui si dimostra una volta ancora come nelle sue corde non ci siano né l’epica (come si può vedere in Giovanna D’Arco) e nemmeno il discorso storico, tanto da fargli puntare sui sentimenti e sull’intimità dei personaggi.
Protagonista è Aung San Suu Kiy, donna birmana sposata con un professore inglese e figlio di un martire per la libertà nel suo paese, che sale a capo del movimento per la democrazia nel suo paese devastato dalla dittatura militare: la quale decide che per tenere il potere, più che ucciderla, deve isolarla dal mondo e dai suoi cari. Scritto da Rebecca Frayn basandosi sulla vera storia della donna premio Nobel per la pace nel ’91 e liberata dai domiciliari solo l’anno scorso, il film è un dramma biografico come da tradizione che calca la mano sugli elementi basilari del racconto senza andare a fondo del discorso sulla Birmania e sulla figura della donna (al riguardo, vi consigliamo Oltre Rangoon di Boorman).

Aperto da un prologo in cui la piccola Suu saluta per l’ultima volta il padre, il film già da quel momento mette in scena il suo percorso, la chiave di lettura che attraverso il privato e la famiglia arriva al pubblico, al dilemma umano che contrapporrà l’amore della donna per il proprio uomo e per i figli a quello per il proprio paese: più che riflettere sull’identità del personaggio e l’importanza del suo movimento (a Besson basta far vedere ripetutamente che leggono Gandhi), il film sposta il punto di vista sul marito Michael e sulle infinite difficoltà per poter vedere la moglie. Facile “escamotage” per il regista che si scarta da materiali che non sa maneggiare e si rifugia più comodamente nel melodramma.
Che a dire il vero gli riesce abbastanza, grazie a David Thewlis, che incarna la stoicità di ogni grande storia d’amore, e Michelle Yeoh, grazia e dignità perfette; a patto però di sacrificare tutto il resto, anche la grandezza spettacolare cara a Besson, per restare nel limbo di quei film biografici convenzionali fin dalle prime note della colonna sonora di Michelle Yeoh, che magari puntano ai premi o a commuovere superficialmente il pubblico, ma che di certo non restano nella memoria né contribuiranno a smuovere di un millimetro le coscienze di chicchesia. Speriamo che il festival presenti film migliori, per scoprirlo restate su Screenweek.

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