Se esiste una serie contemporanea sulla quale basare un discorso riguardo l’evoluzione del linguaggio televisivo e il rapporto col grande schermo, probabilmente quella serie è Boardwalk Empire, la serie creata da Terence Winter e prodotta da Mark Whalberg e Martin Scorsese che non a caso in Italia ebbe l’onore di essere presentata al Festival del Film di Roma. Questa serie (forte di 2 Golden Globes, 1 Emmy e 18 nomination) che racconta l’America del proibizionismo a cavallo tra gli anni ’20 e ’30, tra Atlantic City e Chicago, tra mafia, corruzione politica e morale, è tornata sugli schermi della HBO con 21, il primo episodio della seconda stagione.
Ad Atlantic City tutto pare tornato sereno: Nucky e Margaret sono insieme, così come Van Alden e sua moglie. Ma poi arriva il Ku Klux Klan che stermina gli uomini di Chalky White e complica il percorso politico di Nucky che nel frattempo non disdegna di intessere speculazioni con la mafia di Chicago. Di nuovo, la serie sfida le regole della tv e della narrazione seriale: l’episodio, scritto dal creatore e diretto dal fidato Tim Van Patten, anziché partire a tamburo battente, premere l’acceleratore del ritmo o della tensione, recuperare l’attenzione dello spettatore in modo sensazionalistico, rallenta, scandaglia con calma i suoi personaggi, ricuce i fili con la dedizione del sarto più che col furore dello stilista.
Perché per una narrazione di così ampio respiro, realmente corale, i ritmi accelerati e i tempi stretti, con conseguente superficialità, di molte serie in chiaro sono inadatti a Boardwalk Empire che mentre dispiega un intreccio che ancora non presenta grandi nodi – se si eccettua l’assalto del KKK che però sembra più un evento di contesto che di racconto – si sofferma con straordinaria abilità nel raccontare i personaggi, nel descriverne il lato pubblico e “solare” quando lo spettatore conosce perfettamente i loro punti deboli: esemplare, in questo senso, la retata di Van Alden al ristorante che serve alcoolici nascosta sotto il pranzo galante con la moglie (e nei carrelli magistrali con cui è messa in scena, la sequenza porta il marchio di Scorsese in ogni fotogramma).
La sceneggiatura dimostra ancora di più la sua non comune grandezza nel modo in cui dà il giusto spazio e il giusto spessore a ogni personaggio, anche quelli minori come Richard Harrow, il più inquietante della televisione degli ultimi anni, e nel condensare un discorso politico in una sola sequenza, quella geniale del montaggio alternato tra il discorso di Nucky alla chiesa nera e quello alla chiesa dei cristiani bianchi. Montaggio ancora più ironico visto che il presunto pugno di ferro del tesoriere è negato in conclusione di puntata con l’arresto per frode elettorale. Winter e soci dimostrano di conoscere i tempi della narrazione romanzesca, del grande affresco d’epoca, della saga politico-criminale senza aver paura di prendere tempo, di far attendere. Senza soprattutto temere il fatto che lo schermo li contiene è troppo piccolo per loro.
Conntinueremo a parlarne su Screenweek e su Episode39.
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