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06 settembre 2011 • 18:38 • Scritto da Filippo Magnifico

Super 8, la recensione in anteprima

In un periodo in cui i revival cinematografici sono all’ordine del giorno, ecco che arrivano J.J. Abrams e Steven Spielberg a darci la loro personale rivisitazione di quello che, a conti fatti, è un cinema che sul serio non si fa più...
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Super 8 Poster ItaliaRegia: J.J. Abrams
Cast: Kyle Chandler, Elle Fanning, Ron Eldard, Noah Emmerich, Joel Courtney, Riley Griffiths, Zach Mills, Gabriel Basso, Amanda Michalka, Ryan Lee, Jessica Tuck, Joel McKinnon Miller
Durata: 1h 52m
Anno: 2011

Verso la fine degli anni ’70 un gruppo di ragazzini che abita in una piccola cittadina dell’Ohio decide di realizzare un cortometraggio horror per partecipare ad un concorso. Una notte i giovani, tra cui il figlio del vice-sceriffo Joe Lamb (Joel Courtney), si incontrano di nascosto, all’insaputa dei loro genitori, per girare una scena, finendo loro malgrado per diventare testimoni di un catastrofico incidente ferroviario. Sarà solo l’inizio di una serie di avvenimenti misteriosi, che sconvolgeranno la tranquillità di quel posto e porteranno allo scoperto segreti tenuti nascosti fino a quel momento.

In un periodo in cui i revival cinematografici sono all’ordine del giorno, ecco che arrivano J.J. Abrams e Steven Spielberg (qui in veste di produttore) a darci la loro personale rivisitazione di quello che, a conti fatti, è un cinema che sul serio non si fa più.
Per farlo hanno radunato un cast di giovanissime speranze (alcune già affermate come Elle Fanning, sorella dell’ormai ex bambina prodigio Dakota) più o meno conosciute e l’hanno messo al servizio di una storia che, attingendo a piene da mani da una serie di titoli di culto legati a quel periodo a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio dei ’90, sembra essere stata studiata a tavolino per ricreare quelle sensazioni che ormai troppo spesso sembrano mancare all’interno dei blockbuster contemporanei: lo stupore, la commozione, l’avventura e, cosa ancora più importante, quell’aria sognante tipica di chi, pur consapevole dei propri intenti, non vuole prendersi troppo sul serio.

Da questo punto di vista non si può negare il fatto che Super 8 sia una delle pellicole più furbe comparse sul grande schermo negli ultimi anni. La cosa non deve certo stupire visto il nome che l’ha firmata: J.J. Abrams, un uomo che nel corso della sua carriera è riuscito a dimostrare che il tanto vituperato marketing non solo può fare bene a tutto quel mondo che ruota attorno alla settimana arte, ma anche contribuire a dar vita a prodotti più che dignitosi.
All’interno del mondo delineato da questo regista ogni cosa è perfetta e calcolata ad arte, a cominciare dal cast, che può vantare una gruppo di baby-star decisamente convincente, guidato da Elle Fanning, talmente brava da lasciare sconcertati. La storia, pur presentando alcune forzature, possiede inoltre il giusto ritmo ed è in grado di alternare i più diversi stati d’animo, culminando in un finale nostalgico che, nonostante dia l’impressione di essere troppo affrettato, è in grado di toccare il cuore sia dello spettatore più vecchio che di quello più giovane. A questo si aggiungono le splendide musiche composte da Michael Giacchino, che riescono a sottolineare i momenti più intensi di questa storia, donandogli maggiore pathos.

Insomma, ci troviamo di fronte a quella che si può benissimo definire “la ricetta perfetta”. L’importante è arrivare in sala consapevoli di tutto questo e godersi lo spettacolo che un’opera del genere è in grado di offrire. Uno show che ovviamente non si limita solo all’ormai abusata “citazione cinematografica”. Quella a J.J. Abrams interessa, è vero, ma solo relativamente.

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9 commenti a “Super 8, la recensione in anteprima

  1. Sono d’accordo con la recensione … Le due parole chiave sono ‘ a tavolino’ e ‘calcolato ad arte’.
    Ed è questa la sensazione di fondo che resta dopo aver visto il film. Era impossibile ricreare le sensazioni che si provano da adolescente o da bambino e le condizioni che hanno portato alla nascita di quel modo di fare cinema. Resta un buon pezzo di bravura, forse troppo riverente verso i modelli originali ( non solo lo Spielberg di incontri Ravvicinati, ma film come Cocoon, I Goonies, e soprattutto Stand by me ) da risultare a tratti vagamente ‘servile’ ma il film non decolla a livello di emozioni, non tocca il cuore, non raggiunge quelle profondità evocate dal viral marketing, che ha forse ‘bruciato’ parte del film stesso.
    Elle fanning svetta su tutti, da vera attrice consumata, più che da animale da palcoscenico.
    Nel complesso un film che viene dagli anni Ottanta girato con gli effetti speciali di oggi.
    Voto: 6

  2. Dovremmo essere dei bambini per sentirci come, da bambini, abbiamo visto i Goonies. Io dico che un bambino che vede oggi Stardust si sentirà come quando noi abbiamo visto La storia infinita. Non siate troppo cattivi e asettici con questo film. Il mio voto non va oltre la pienissima sufficienza ma dubito che sia stato “progettato”. Che bisogno ne avrebbe un regista di talento come Abrams?

  3. @Upper: nessuna ‘cattiveria’ a prescindere … Parlo per me … proprio perchè le attese erano fortissime, ho avuto un’ effetto boomerang dopo aver visto il film, che è molto gradevole, scorrevole e godibile.
    Ma ho avvertito una sorta di eccesso di zelo da parte di Abrams nel dover riproporre e sottolineare ad ogni inquadratura ‘ un sentito e doveroso’ omaggio a quei fantastici film ed a quel periodo non più raggiungibile. Ben inteso, non ha mai ceduto alle scorciatoie facili o alla leziosità sentimentale, ma l’esigenza di dover rispettare alla lettera quel tipo di canoni ha ‘svuotato’ un po’ il film di pathos e di profondità, al netto della ricerca estetica … Abrams non ha alcuna necessità ma non mi ha reso partecipe completamente di questa urgenza personale e generazionale, che attendevo con trepidazione. In questo caso la campagna virale ha sottratto al film una parte della sua forza.

  4. Volutamente ho evitato trailer per non rovinare la sorpresa della visione , pur essendo a grandi linee informato riguardo la trama e le aspettative erano molte.
    Purtroppo la prima impressione al termine dei titoli di coda è più quella di una poderosa furbata di marketing , perfettamente orchestrata come sempre da Abrams per obiettivi che già da principio i creatori si erano prefissati : film a “basso” costo spinto al massimo da martellante viral sempre più accattivante , perchè oltre , senza di esso , non sarebbe sicuramente andato.
    Riconosco la buona prova offerta dai giovani attori ed il tentativo di una rievocazione-operazione-nostalgia-omaggio al cinema spielberghiano ma nulla più.
    Sapevano cosa avevano in mano , insomma , ed hanno puntato tantissimo sull’accattivarsi-fidelizzarsi il pubblico con la campagna promozionale per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo produttivo.
    Tanto di cappello comunque per esserci riusciti , comunque.
    Resto però con il mio senso di delusione e di “presa all’amo” , per un film per cui mi aspettavo maggiore coinvolgimento.
    Inoltre :
    – il disatro ferroviario sembrava sfidare ogni legge fisica ed esagerava in spettacolarizzazione
    ( tempo fa si criticava la “bulimica” scena dei brontosauri in King Kong di Jackson ! )
    – al vice-sceriffo avrei sparato ogni volta che faceva un primo piano imbalsamato nell’espressione
    – avete capito come era fatto l’alieno ? era tanto veloce e sfuggente che si intuiva benissimo il dirottamento dei soldi per gli effetti speciali che finivano alla campagna di marketing
    – INCONGRUENZA INSOPPORTABILE ! : fanno capire a dieci minuti dalla fine che l’alieno ha rapito persone per sgranocchiarsele e la scena finale mosta i giovani protagonisti ammirarlo estasiati partire , compatendolo pure o poverino !
    Cavolo ma almeno l’avessero preso a sassate !
    Va bene il buon infantile ed ingenuo sentimentalismo dei giovani che sono il nostro futuro ma l’avesse fatto ET ?

  5. @DAVIDE ci aggiungerei anche…ma i mostri chiudono le porte a chiavi? (vedi la scena del magazzino nel cimitero) la sensazione che mi ha pervaso e’ che non hanno capito bene dove andare a parare e’ un film che vive di grossi squilibri, fra commedia fantastico e horror senza amalgamare il tutto, ottima ambientazione ma i trppi buchi e la la troppa cgi all’ inizio tolgono la magia..

    come ho detto altre volte spelberg resta su un’altro pianeta assieme al suo cinema ..(inrrivabile)

  6. Che il film non sia perfetto ce ne siamo accorti tutti e col passare del tempo la riflessione si fa più attenta. Non mi crea problemi la tanta cgi all’inizio, quanto anche a me quel che accade dalla seconda metà in poi. Nonostante ne capisca il senso, mi innervosisce la folle guerra nella cittadina e, si, alcune parti del finale e in generale dell’alieno. Il film si perde e ricordo di aver letto un post in cui si parlava di un problema generale del cinema americano di non saper fare più un terzo atto senza buttarla in caciara.

  7. @Bradd: il problema principale è la sceneggiatura … Sono realizzate ormai con algoritmi matematici e con tecniche ‘modulari’, spostando i ‘mattoni’ e ‘le basi’ secondo gli schemi del marketing e delle strategie di comunicazione, inseriti in un software che ‘pesca’ da un immenso magazzino ‘virtuale’ di film, serie tv e scene … La mia è un’estremizzazione ma è il massimo della dissoluzione possibile. Si vive di immagini prive di logica ( Debord ) e la pubblicità è molto meglio del prodotto finale. Concordo con Davide, Insetto e Bradd. Per quanto riguarda l’alieno, è una sorta di ibrido tra la creatura di Cloverfield ed il rancor monster della seconda trilogia di Lucas ( tipico esempio di standardizzazione hollywoodiana ).
    E’ realizzato solo in parte con la CGI, perchè sarebbe costato troppo. In realtà in alcune scene è ‘impersonato’ da un attore Bruce Greenwood. La delusione è rafforzata dal confronto con il precedente di Abrams. Star Trek. Un film certo commerciale ma siamo su ben altri livelli e abilità di riattivare due mondi e due immaginari, incrociandoli in maniera personale e brillante.
    Capitolo a parte sono le riscritture infinite: si parte da uno script imperfetto ma vitale, con un colore, sapore ed odore preciso e si arriva alla fine del processo alla sceneggiatura plastificata, vuota e inscatolata. Una volta esistevano le sceneggiature di ferro: granitiche, forse prevedibili o a tratti scontate ma inappuntabili sul piano logica + coerenza.

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