The Next Three Days, la recensione in anteprima

Scritto il 7 aprile 2011 @ 20:39 da Filippo Magnifico in

Haggis riesce ad orchestrare un’opera che regge bene ogni possibile incongruenza o forzatura, avvolgendo ogni momento di pathos e calibrando in maniera sapiente la tensione…

The Next Three Days Poster ItaliaRegia: Paul Haggis
Cast: Russell Crowe, Elizabeth Banks, Brian Dennehy, RZA Robert Diggs, Ty Simpkins, Liam Neeson, Olivia Jane Wilde, Lennie James, Moran Atias, Aisha Hinds
Durata: 2h 2m
Anno: 2010

La tranquilla vita del professore John Brennan (Russell Crowe) viene sconvolta il giorno in cui la polizia irrompe nel suo appartamento per arrestare sua moglie Lara (Elizabeth Banks), accusandola di omicidio. Le prove contro di lei sono schiaccianti, ciononostante John è convinto dell’innocenza della domma che ama. Il tempo passa e, mentre la moglie continua a perdere ogni speranza di poter un giorno uscire fuori dal carcere, l’uomo fa di tutto per mantenere vive le speranze e crescere il loro figlioletto Luke, che comincia a vedere la madre come una figura estranea, aumentando il suo dolore. Passati tre anni John decide di tentare il tutto per tutto, organizzando l’evasione di Lara.

Il giorno in cui Paul Haggis ha deciso di passare dietro la macchina da presa, è passato dall’essere un acclamato sceneggiatore al diventare un controverso regista, dividendo critica e pubblico e dando vita ad opere (Crash-Contatto fisico e Nella valle di Elah) considerate genuinamente toccanti e, al tempo stesso, accusate di un eccesso di sentimentalismo, il più delle volte palesemente calcolato. In questi casi – o perlomeno nella maggior parte – la verità si trova esattamente nel mezzo, ma parlarne è tanto inutile quanto banale, perciò cerchiamo di soffermarci solo ed esclusivamente sulla sua ultima fatica.

The Next Three Days, remake del francese Anything for her, pellicola del 2007 diretta dall’esordiente Fred Cavayé, è un film che fondamentalmente non dice niente di nuovo, aggiungendosi alla miriade di drammi mascherati da thriller che sono usciti negli ultimi anni e che, cascasse il mondo, continueranno ad uscire. Al centro della vicenda c’è un uomo, che chiede disperatamente e ostinatamente giustizia su un errore giudiziario che, a conti fatti, vede solo ed esclusivamente lui, e che si trova costretto ad andare avanti nonostante il carico di disgrazie che gli è piombato addosso. Partendo da questa premessa Haggis riesce ad orchestrare un’opera che regge bene ogni possibile incongruenza o forzatura, avvolgendo ogni momento di pathos (lo stesso che, sicuramente, dividerà nuovamente pubblico e critica) e calibrando in maniera sapiente la tensione, che raggiunge il culmine nel momento della tanto attesa evasione.

Se l’operazione riesce è merito sicuramente del regista, ma anche di Russell Crowe, in grado di sostenere magnificamente il peso di questa storia, proponendoci un personaggio che, allo stesso modo di quel John Nash che gli è valso una candidatura all’Oscar, è tanto imponente quanto fragile.

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6 commenti su “The Next Three Days, la recensione in anteprima”

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  • Leotruman scrive:

    Filippo sono perfettamente d’accordo con la tua recensione. Ma la frase che ha usato Gabriele “Dopo aver posto domande lungo il film all’improvviso nel finale si mette a dare tutte le risposte. TUTTE. E sono tutte deludenti” rispecchia il mio stato d’animo alla fine del film.
    Da Haggis non mi aspettavo un finale del genere… avrei preferito qualcosa di più sfumato, che ti facesse dubitare di tutto e tutti in modo da continuare a discuterne. Piacerà molto agli spettatori italiani, su questo non vi è dubbio.
    Mi è piaciuto tantissimo ascoltare e guardare Russell Crowe in lingua originale. E’ così intenso e così delicato allo stesso tempo. Nonostante sia un attore “molto fisico” ti fa realmente credere che sia un uomo molto buono che non ha mai toccato nessuno con un dito, e percepisci il suo disagio nelle scene di violenza. Davvero notevole, une delle sue migliori interpretazioni.
    p.s.: ma quanto è bella e matura la voce di Olivia Wilde? mi dispiace che venga doppiata come una ragazzina, è molto diversa in realtà.

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  • Anch’io l’ho visto in lingua originale e spero sul serio che il doppiaggio sia riuscito a riprodurre l’intensità delle voci (anche se ne dubito).
    Russel Crowe per me rimane un mistero. Se lo guardi è praticamente un armadio, ma è in grado di esprimere fragilità e delicatezza in una maniera unica…

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  • tonystark scrive:

    Da quello che dite sembra che Russell Crowe sia tornato ai suoi livelli migliori, per intenderci The Insider, per me la sua più grande interpretazione, e non alle copie dissimulate de Il Gladiatore.
    Penso che il problema sia la mentalità di sceneggiatore puro trasferita in cabina di regia.
    Cioè che tutto debba coincidere e seguire uno schema rigido e programmato. E’ una caratteristica delle serie tv, scandire e calcolare ogni scena e farla corrispondere ad un preciso arco di tempo.
    In questo modo l’urgenza e la necessità di tirare le somme e di arrivare a tutti i costi ad una conclusione,porta a chiudere tutti i piani lasciati aperti e lasciati sul tavolo, tagliando ogni margine a disposizione. In altre parole si gioca tutto sulla differenza significativa tra finale e conclusione, che non è detto debbano coincidere.

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  • tonystark scrive:

    Cercherò di vederlo in lingua originale. Mi avete messo curiosità.

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  • Io sono del parere che i film vadano sempre visti in lingua originale. I nostri doppiatori sono i più bravi, è vero, ma il doppiaggio ti fa perdere gran parte (in alcuni casi tutta) l’interpretazione dell’attore. Prendiamo ad esempio Il Discorso del Re, che senso ha vedere Colin Firth doppiato in quel film? La sua interpretazione, che oltretutto gli è valsa un Oscar (l’unico veramente meritato di quel film secondo me) risiede tutta nella voce…
    Altra grande delusione l’ho avuta da The Wrestler, che ho visto solo in lingua originale. Nonostante ci sia Pannofino – che considero un caratterista magnifico – dietro Rourke, il doppiaggio appiattisce completamente il suo personaggio. Una volta comprato il DVD ho resistito solo 15 minuti, poi l’ho rivisto in inglese…

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  • tonystark scrive:

    @Filippo: è difficile avere l’opportunità di vedere i film in V. O in sala. Le sale che li proiettano sono pochissime, e l’alternativa resta l’online, i o i pochi club a cui associarti per spizzicare qualcosa. Ancora più elitario il discorso dei festival. Sul DVD pesano i tempi più lunghi delle uscite italiane. E la conoscenza linguistica, se li compri all’estero, devi confrontare le varie versioni, audio e sottotitoli disponibili. Quest’anno ho visto Il Discorso del Re e mi ha entusiasmato, è davvero un’altra cosa.
    Nonostante che chi ha visto il film doppiato mi ha detto che hanno fatto un ottimo lavoro.
    p.s: per me era meritato anche l’Oscar per la sceneggiatura originale.

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Commenti

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