Another Year, la recensione in anteprima

Scritto il 2 febbraio 2011 @ 10:48 da Gabriele Niola in

L’unico vero capolavoro presentato alla scorsa edizione del Festival di Cannes arriva finalmente nelle nostre sale. Si respira aria di grandezza

Another Year Poster ItaliaRegia: Mike Leigh
Cast: Jim Broadbent, Lesley Manville, Imelda Staunton, Ruth Sheen, Peter Wight, Oliver Maltman, David Bradley
Durata: 129 minuti
Anno: 2011

Per questa pellicola Mike Leigh sembra essersi proposto la cosa più difficile del mondo e al contempo sembra averla realizzata con una tranquillità e una semplicità (apparenti) da opera giovanile.
L’obiettivo è raccontare “un altro anno”, un altro anno nella vita di uno dei personaggi protagonisti, un altro anno passato e irrisolto, un altro anno al termine del quale nulla è cambiato e l’esistenza continua vuota e insulsa.

Come anticipato per arrivare a raccontare di quest’anno Leigh infarcisce il film di personaggi tra i quali quello cruciale non è il più esposto. Ci vuole un po’ per comprendere chi tra le persone coinvolte sia quella di cui si sta parlando e anzi alla fine si ha l’impressione che tutto il film sia un lungo prologo all’inquadratura finale, splendida, muta e lacerante, ma solo perchè arriva dopo tutto quello che c’è stato.
Siamo dalle parti di Segreti e Bugie con il tono di La Felicità Porta Fortuna, ovvero un film di dialoghi (scandito dalle 4 stagioni) per lo più in interno, tra un numero ristretto di amici che intrattengono rapporti di tipo diverso. Il terreno d’elezione di Leigh, che come al solito dirige gli attori benissimo. Se già Sally Hawkins aveva stupito nell’ultimo film, in questo il discorso iniziato lì (un racconto leggero dei drammi della vita) è portato avanti dedicando a tutto il cast l’attenzione e la cura che lì era dedicata alla sola Hawkins. Il segreto è come sempre il metodo-Leigh, sequestrare tutti per un mese e provare ad oltranza ore ed ore di dialoghi, situazioni e momenti fino a che non esce il film.

Mai estetizzante, mai manieristico e fine a se stesso Leigh non cura solo i dialoghi ma anche soprattutto le immagini in modo che riescano a rendere i sentimenti più di quanto non facciano le parole, anzi utilizzando proprio quelle parole come trampolino di lancio per stampare in testa un quadro.
C’è una partita a golf che è il senso stesso dell’amicizia virile con le sue ombre proiettate sul green e un pranzo estivo in cui sembra di sentire il profumo dei fiori inebriare gli ormoni.
Personalmente non avevo mai visto nessuno riuscire a rendere sullo schermo qualcosa di così complesso e stratificato come l’insoddisfazione personale che si ripete anno dopo anno.

Cinema per tutti o roba di nicchia con un pubblico ben preciso? Commedia o dramma? Qui le altre critiche

Contenuto interessante? Consiglialo!

6 commenti su “Another Year, la recensione in anteprima”

Feed dei commenti di questo post

  • Settantaquattro scrive:

    I temi trattati sono sicuramenti offuscati dalla bruttezza e dalla imbarazzante lentezza del film. Quando un’intera sala di un cinema passa la maggior parte del film a denigrare ogni singola scena, insofferente di dover ancora rimanere seduto sperando che finisca al più presto, forse il regista non è riuscito molto nel suo intento.
    Ripeto i temi trattati sono molto attuali e seri, ma il messaggio è totalmente offuscato, quindi per quanto mi riguarda il regista ha fallito.

    Segnala

  • Gabriele Niola scrive:

    O forse la sala è piena del pubblico sbagliato per questo film

    Segnala

  • Settantaquattro scrive:

    Sarebbe un po presuntuoso pensare che il problema sia lo spettatore. Comunque il cinema era il Giulio Cesare di Roma, la fascia d’età del pubblico partiva da 40 anni in su, consapevoli, io per primo, di trovarsi di fronte non un film leggero.
    Se quello non doveva essere il pubblico giusto allora è stato commesso anche uno sbaglio a livello promozionale e di comunicazione.

    Segnala

  • No, presuntuoso è pensare che la proiezione cui si è assistito sia rappresentativa di tutte le proiezioni.

    Segnala

  • Alessandro scrive:

    Non per infierire, ma ho visto il film al 4fontane. La sensazione diffusa era di una paziente e rispettosa “sopportazione” rispetto a quanto veniva proiettato ed una sottile delusione nei confronti di Mike Leigh…. ben altre erano le attese. Il film era stato presentato come una commedia malinconica ma pur sempre commedia, e questo probabilmente ha spinto quattro spettatori ad alzarsi e ad andare via a due terzi del film.
    I miei più: l’interpretazione ed il personaggio di Leslie Manville, di fatto la vera protagonista del film che tiene unite le varie storie senza mai farne veramente parte. Mi ha colpito intimamente come il personaggio e l’attrice siano riusciti a rendere in modo così reale e preciso, l’ansia, la depressione, la solitudine e gli stati di dissociazione e comunicazione “isolata”, tale da renderlo rappresentativo ed attuale;
    il finale, circolare ed “implosivo”, meno oggettivo di come appare, getta una luce un po’ crudele sulle dinamiche familiari e interpersonali;
    la fotografia e Jim Broadbent.
    I meno che non riescono per me a farlo diventare un classico come Segreti e Bugie o Il segreto di Vera Drake:
    non è un film corale quando pretenderebbe o sembrerebbe esserlo; le relazioni tra i protagonisti e la famiglia sono puramente funzionali, di scopo, non legate alla costruzione o allao sviluppo di ppersonaggi o di legami con lo spettatore ( tranne per la Manville che a tratti respingevo ed altre volte sentivo empaticamente con uno strano meccanismo di estraniazione ):
    non ha una forza esemplare e trascinante come i film precedenti che ho citato
    rispetta i personaggi ma non li ama e si compiace a livello di stile di un bozzettismo, volutamente distante, alla Ken Loach;
    il film poteva durare 30 minuti in meno e la cadenza risulta un po’ estenuata, appesantita.

    Chissà perchè dopo averlo visto, mi è venuto in mente Gran Torino ed il suo apparente divagare tra cose, personaggi e fatti, dove i primi venti minuti sembrano “tempo perso” ed invece nascondono una carica di rivelazione a partire dai dettagli che si svillupperà dopo.
    Quì non c’è empatia, non c’è integrazione, non c’è parabola morale e cinematografica.
    Solo un senso di estraniazione e di mancanza di coinvolgimento, ricercata e voluta, che rimanda al “gelo” dei tempi presenti.

    Segnala

Commenti

Nei blog del network di Screenweek.it i commenti sono aperti a chiunque desideri contribuire alla discussione. La redazione dei blog si riserva di rimuovere senza alcun preavviso e a suo insindacabile giudizio i commenti che siano illeciti, diffamatori e/o calunniosi, volgari, lesivi della privacy altrui, razzisti, classisti o comunque reprensibili e che contengano promozioni, pubblicità o dati personali. Saranno altresì moderati i commenti "off-topic", non correlati all’argomento principale del post, o comunque provocatori e tali da disturbare la discussione senza aggiungere nulla al dibattito in corso. Per maggiori informazioni leggi la Policy di Moderazione Commenti.

Consigli per lo shopping su Amazon