Regia: Luca Guadagnino
Cast: Flavio Parenti, Tilda Swinton, Marisa Berenson, Diane Fleri, Alba Rohrwacher, Edoardo Gabbriellini, Pippo Delbono, Maria Paiato, Gabriele Ferzetti, Waris Singh Ahluwalia, Mattia Zaccaro
Durata: 120 minuti
Anno: 2009
Il nuovo film di Luca Guadagnino era passato a Venezia nella sezione Orizzonti, alcuni l’avevano visto e quasi tutti ne avevano parlato bene. Quello che avevano tralasciato di specificare è che è fenomenale.
Si racconta di una famiglia di altissimo livello economico, i Recchi, magnati di non è chiaro quale settore, comunque titolari di un’azienda gigante a gestione familiare con ramificazioni in altri stati. I Recchi vivono tutti in un unico palazzo al centro di Milano, una casa d’altri tempi e del resto loro stessi sono una famiglia d’altri tempi, raccontata con toni d’altri tempi, tanto che fino alla comparsa della prima automobile si fa fatica a capire quando sia ambientata la storia.
La trama ripropone il mito della donna sofisticata che riscopre il lato passionale della propria vita attraverso la conoscenza di un uomo rude ma raffinato, ma non è su quello che si misura la forza di un film come Io sono l’amore. Guadagnino in ogni momento cerca percorsi diversi dal solito, procede per sineddoche concentrandosi sui particolari e ammassa temi diversi (tradizione, modernità, esterofilia, omosessualità, conservatorismo ecc. ecc.) cercando un linguaggio cinematografico altissimo e al tempo stesso fondato su presupposti narrativi commerciali (il climax, l’intreccio forte, i segreti che si svelano).
Scandito in tre capitoli (Milano, Londra, Sanremo) il percorso di liberazione della protagonista dalla gabbia che aveva costruito per sè è anche un percorso nella sensorialità di paesaggi naturali contrapposti alle città e pietanze raffinate.
Soprattutto Io sono l’amore fa continuamente quello che non ti aspetti, affronta gli eventi e i personaggi con un taglio inaspettato e una vena melodrammatica che non stona nemmeno nel grande crescendo finale, quando la musica sempre più imponente arriva a sovrastare le parole. Ma va bene così.
Ne esce un film di dettagli, girato vicinissimo agli attori (Tilda Swinton produce anche)e fondato su particolari rivelatori, capelli raccolti, pietanze che comunicano come fanno i corpi di La promessa dell’assassino e pensieri che prendono forma come in un film di Lynch. Verrebbe da dire che c’è troppa carne al fuoco per un solo film se non fosse che tutta questa carne poi è gestita con pugno fermo e rigore per non risultare indigesta. E non lo risulta.
Cinema nuovo o cinema vecchio che cerca di riciclarsi fingendo di trovare nuovi linguaggi? Che opera è quella di Guadagnino? Qui le altre critiche