Happy Family, la recensione in anteprima

Scritto il 24 marzo 2010 @ 09:47 da Gabriele Niola in

Uno scrittore, dei personaggi che vogliono essere storia e un contesto che dovrebbe essere anch’esso un personaggio. Non è Wes Anderson ma Gabriele Salvatores

Happy Family Poster ItaliaRegia: Gabriele Salvatores
Cast: Fabio De Luigi, Diego Abatantuono, Margherita Buy, Carla Signoris, Fabrizio Bentivoglio, Gianmaria Biancuzzi, Valeria Bilello, Corinna Augustoni, Alice Croci
Durata: 90 minuti
Anno: 2010

Non è facile scrivere di Happy Family, ritratto metafilmico e metaletterario di un nucleo familiare allargato che per metafora (esplicitata) è la società realizzato. Il film ruba tutte le soluzioni del cinema di Wes Anderson (principalmente Rushmore e I Tenebaum, ma senza saper puntare sul rapporto particolare con la musica e sull’esplosione di sentimenti) e alla fine è troppo curato per essere una schifezza e troppo pretenzioso senza giungere a nulla per essere un buon film.

Si racconta di uno scrittore con alle spalle una rendita tanto solida quanto grottesca (come in About a Boy), che vuole scrivere una “bella sceneggiatura”. Mentre scrive le parole diventano immagini e vediamo la sceneggiatura già film. Il racconto poi viene di tanto in tanto interrotto dalle pause che lo scrittore si prende per farsi dei massaggi o quant’altro. Durante le pause i personaggi escono dal computer e gli parlano, fino al finale metaforico e catartico.

A salvare quest’improbabile trama è in molti punti l’umorismo e in molti altri lo stile della messa in scena che sceglie di puntare su colori, costumi e ambienti. Di volta in volta tutto è rosso, tutto è giallo, tutto è verde, tutto è bianco ecc. ecc. in accordo con diverse fasi del racconto e della stesura (come in Hero).
Effetti speciali particolarmente mal realizzati poi incorniciano tutto in un’atmosfera irreale di una Milano costantemente assolata, popolata di uomini e donne “spaventati”, lasciando intendere che la paura, nelle sue varie declinazioni, è la dominante di questi anni (come in Bowling a Columbine).

Non è la prima volta che Salvatores tenta un film dal racconto non lineare e non canonico. L’aveva fatto con Denti e Amnèsia. E non è nemmeno la prima volta che mette in scena personaggi che prendono vita. L’aveva fatto in Nirvana. Sembra però ancora una volta che quest’esigenza di trovare forme diverse per parlare di cose diverse (in questo caso la società e il vivere moderno) rimanga tale. A questo punto era meglio la memoria odontostomatologica di Denti.

Che cos’è veramente Happy Family? Una commedia come sembra o in realtà un dramma? Funzionano o no le scelte particolari di Salvatores? Qui le altre critiche

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4 commenti su “Happy Family, la recensione in anteprima”

Feed dei commenti di questo post

  • Fabrizio scrive:

    La visione del film, al di là degli attimi di comicità, lascia nello spettatore molti dubbi… sul significato che Salvatores voglia dare alla propria opera… su dove veramente voglia andare a parare.

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  • Antonio scrive:

    Il primo tempo è divertente. Il secondo tempo è una schifezza, comunque deludente.
    A parte l’originalità dell’impostazione, il film è complessivamente mediocre.

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  • Antonio scrive:

    Il primo tempo è discreto in quanto divertente . Il secondo tempo è deludente, una vera schifezza.
    A parte l’originalità dell’impostazione, il film ha una trama inconsistente ed è complessivamente mediocre.

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  • MARCO scrive:

    Fin troppo generosi ragazzi: io dopo mezz’ora me ne sono andato; più indigesto della “corazzata potiomkin” …
    L’idea è teatrale: appunto, lasciatela in teatro, non portatela al cinema se non siete in grado di adatterne tempi e conatto col pubblico
    Evitatelo!!!!

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Commenti

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