La prima cosa bella, la recensione in anteprima

Scritto il 12 gennaio 2010 @ 17:11 da Gabriele Niola in

Melodrammatico, indulgente, ruffiano e livornese al 100% il nuovo film di Paolo Virzì non dimentica i suoi personaggi pessimi e terribili ma li assolve a furia di lacrime

La Prima Cosa Bella Poster ItaliaRegia: Paolo Virzì
Cast: Stefania Sandrelli, Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Claudia Pandolfi, Sergio Albelli, Paolo Stefano Ruffini, Marco Messeri, Dario Ballantini, Isabella Cecchi, Francesco Rapalino, Giulia Burgalassi, Aurora Frasca, Giacomo Bibbiani
Durata: 116 minuti
Anno: 2009

Era difficile fare un film dopo Tutta la vita davanti che forse proprio per la distanza che aveva dalla realtà quotidiana di Virzì e del suo entourage era riuscito ad essere uno dei punti più alti della sua filmografia per perfezione ed equilibrio. Ora la scelta del regista è ricaduta invece su qualcosa di più classico per lui, una storia di livornesi a Livorno, persone più o meno della sua età, raccontate a metà tra presente e ricordo dell’infanzia (principalmente negli anni ’70) senza mai mischiare il ricordo con la nostalgia.

Contrariamente però a quanto aveva fatto in passato quando si era avvicinato a storie che sembravano mettere in scena il suo mondo (Ovosodo escluso) stavolta riesce a mantenere uno dei tratti più interessanti e originali del suo cinema (suo e di Francesco Bruni), cioè la volontà di raccontare oltre agli ultimi anche i pessimi. La prima cosa bella è tempestato di personaggi terribili, più sono protagonisti (più quindi sono indagati) e più si rivelano, a seconda dei tipi, egoisti, indifferenti, irragionevoli e in una parola senza ritegno per i continui danni che provocano alle persone che gli sono accanto, che poi è la cosa più deprecabile in assoluto. Eppure questi pessimi di Virzì sono amabili oltre ogni incertezza e la loro vita come sempre colma fino all’inverosimile di allegre disgrazie per il breve arco di durata del film sembra quasi desiderabile.

Con il suo cinema commovente e divertente (stavolta meno divertente del solito e un pochino più spinto sul melodrammatico) Virzì assolve le figure più orrende in quanto esseri umani, riuscendo ad evitare nello spettatore il fastidio del fatto che una lacrima giustifichi un pugno rendendolo pienamente parte di una dimensione empatica e sentimentale della vita.
Livorno è costantemente deformata da obiettivi particolari messi volutamente in evidenza da particolari movimenti di macchina e la comunanza del direttore della fotografia con Terry Gilliam (Nicola Pecorini) crea strani cortocircuiti dovuti al suo particolare modo di incastrare persone e ambienti deformati. Virzì si concede più di una forzatura al suo modo di mettere in scena anche se poi alla fine tutto sembra contare poco di fronte ai colpi di scena da racconto popolare di cui costella il film e con i quali tenta di accattivarsi l’empatia dello spettatore, che non è mai una cosa carina ma che spesso, come in questo caso, riesce.
E quando riesce non ci si può fare nulla, il film vince anche se non è eccezionale.

Furbo o solamente sentimentale? Paolo Virzì torna al suo ambiente con un occhio non necessariamente nostalgico, convince? Qui le altre critiche

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