Coraline Poster UsaRegia: Henry Selick
Cast: Dakota Fanning, Ian McShane, Teri Hatcher, David Keith, Jennifer Saunders, Dawn French, Robert Bailey Jr., John Hodgman
Durata: 101 minuti
Anno: 2009

Invito tutti voi burtoniani a mettere alla prova la vostra venerazione per il signore del gotico cinematografico e vedere questo Coraline scevri da pregiudizi. Si tratta di animazione stop motion dal regista di Nightmare Before Christmas su una storia scritta da Neil Gaiman. Dunque Coraline misura tutta la differenza e la distanza tra Selick e Burton mostrando, tra le altre cose, anche cosa di Nightmare Before Christmas sia imputabile a l’uno e cosa all’altro. Anche se poi non è possibile negare che Selick molte cose le mutui da Tim Burton, specialmente le soluzioni di regia come ad esempio l’uso del grandangolo quando deve mostrare il punto di vista degli oggetti che la protagonista cerca.

A mio parere Coraline è un film meraviglioso, una trasposizione riuscitissima del modo interessante e classico di raccontare di Gaiman e al tempo stesso un film toccante e raffinato, capace anche di sfruttare con sobrietà ed efficacia il 3D.
Ci sono davvero molte cose in Coraline. Gli amanti di Miyazaki non potranno non notare i molti punti di contatto con La Città Incantata: c’è una bambina sradicata dal luogo dove viveva che affronta la transizione da un contesto sociale da un altro, ci sono i genitori catturati, un gioco per ritrovarli e soprattutto il tema fondamentale dell’affermazione della propria individualità come momento fondamentale di crescita personale. A differenza di Miyazaki però Gaiman/Selick affrontano questo tema su un impianto tipicamente occidentale.

Proprio quest’ultima cosa, cioè la necessità di trovare e riconoscere il proprio specifico e la propria unicità è forse il tema più interessante. Se La Città Incantata parlava di questo attraverso la metafora del nome della protagonista (rubato, cercato e poi ritrovato) in Coraline sono molti altri elementi a parlarcene: sono i capelli tinti di blu per farsi notare e sono i guanti che la mamma non vuole comprargli (elemento che sembra trascurabile nella trama ma che non lo è assolutamente come si vedrà a storia finita) a parlarci del desiderio di non essere omologata con una raffinatezza e al tempo stesso una forza degna delle migliori cause.

Un’ultima grossa differenza con il cinema e la poetica di Tim Burton riguardo la contrapposizione tra il mondo patinato borghese e quello dark malinconico è che, sebbene anche per Selick e Gaiman il mondo dei vivi è grigio mentre quello fantastico è coloratissimio, qui il grigio non è necessariamente bene in sè e ciò che sembra pastelloso e caramelloso non è male in sè, ma in quanto nasconde il grigio.
Cioè Edward Mani di Forbice trovava che il male è nel perbenismo dei pratini all’inglese e delle mura rosa non nel gotico e grigio castello da cui viene che anzi era un’alcova d’amore paterno. Qui invece il male è sempre il grigiore che è sotto la patina di luminosità, non lo sono quindi le pastellosità in sè. Questo è Gaiman quello è Burton.

Data la presenza della grandissima Dakota Fanning come doppiatrice originale vederlo doppiato è doppiamente delittuoso.

A parte Nick Park e i suoi cartoni ironici Selick e Burton sono gli unici a realizzare stop motion di qualità oggi. Tutti e due a servizio del dark. Chi è il migliore, chi il più efficace? Qui le altre critiche.