Tutta Colpa di Giuda, la recensione in anteprima

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Archivio • 01 aprile 2009 - 15:38 • Scritto da Gabriele Niola

Tutta Colpa di Giuda, la recensione in anteprima

In un carcere vero, detenuti veri mettono in scena una rappresentazione della Passione diretti da una regista teatrale.
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tutta colpa di Giuda Poster ItaliaRegia: Davide Ferrario
Cast: Kasia Smutniak, Fabio Troiano, Gianluca Gobbi, Luciana Littizzetto, Cristiano Godano
Durata: 102 minuti
Anno: 2009

Davide Ferrario gira una commedia con musica come afferma nel sottotitolo e dotata di quegli spunti vagamente anarchici che spesso hanno tempestato i suoi film.
Si racconta di una regista teatrale (Kasia Smutniak che conferma di essere un’attrice vera, più vera di tante più quotate) chiamata ad organizzare uno spettacolo con i detenuti di una sezione sperimentale (per libertà concesse) del carcere di Torino. Siccome a regolare tali attività sono preti e suore il tema scelto è la Passione. Non troppo avvezza alla religione la regista comincia a stabilire un rapporto con i detenuti e a leggere il vangelo. Quello che esce fuori è una versione musicale e gioiosa della passione dove Gesù non è sottoposto a processo o giudizio e quindi non è crocefisso, anche perchè nessun detenuto vuole fare la parte dell’infame Giuda. La Chiesa non gradirà.

Leggere la trama del film purtroppo è molto meglio che guardarlo, perchè dall’idea che è alla base scaturiscono molte suggestioni interessanti e si intuisce un discorso sulla religione, il modo di intenderla e il modo con il quale penetra nelle nostre vite che poi ha poco sviluppo nel film.
Anche dal punto di vista visivo Ferrario, che solitamente ci ha abituato a ottime idee, sembra ripiegarsi su scelte e soluzioni povere. Non riesce a rendere la vitalità di un musical e nemmeno a mostrare la clausura carceraria (se non nella primissima inquadratura).
E la novità (??) del digitale per penetrare la realtà attraverso interviste e domande schiette (?????) ai carcerati non è utile in questo senso.

La regista ossessionata dal comprendere davvero la Passione per metterla in scena, i carcerati (reali), la loro sete di libertà e i loro ragionamenti semplici condizionati dalla situazione (“Non ho capito, ma se è contro il carcere mi sta bene“), la Chiesa a indottrinare e aiutarli e la figura molto particolare del direttore, tutti concorrono a dare l’idea che la religione è la vera prigione perchè molto più castrante di quanto poi non sia il carcere reale.
Per Ferrario la religione è la vera prigione perchè vincola atteggiamenti, idee, supposizioni, ragionamenti e possibilità. Anche il direttore del carcere contrariamente al suo stereotipo è possibilista, media, tratta e in fondo non crede troppo nell’istituzione carceraria, mentre preti e suore non ammettono possibilità di fuga.

Ma tutto questo è reso su schermo senza la minima raffinatezza espressiva, senza sfumare ma sbattendo in faccia allo spettatore le peggiori convenzioni.
A mancare non è la solita apprezzabile libertà di messa in scena che si prende il regista, specialmente nel finale, quello che manca è invece una forma cinematografica in grado di portare praticamente sullo schermo quelle idee che la trama suggerisce.
Tutta Colpa di Giuda è un brutto film che dice cose interessanti.

Quanto conta la realizzazione di fronte ad un’idea ed una trama simili? Può bastare il far capire le proprie intenzioni? Qui gli altri pareri.

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In un carcere vero, detenuti veri mettono in scena una rappresentazione della Passione diretti da una regista teatrale.

tutta colpa di Giuda Poster ItaliaRegia: Davide Ferrario
Cast: Kasia Smutniak, Fabio Troiano, Gianluca Gobbi, Luciana Littizzetto, Cristiano Godano
Durata: 102 minuti
Anno: 2009

Davide Ferrario gira una commedia con musica come afferma nel sottotitolo e dotata di quegli spunti vagamente anarchici che spesso hanno tempestato i suoi film.
Si racconta di una regista teatrale (Kasia Smutniak che conferma di essere un’attrice vera, più vera di tante più quotate) chiamata ad organizzare uno spettacolo con i detenuti di una sezione sperimentale (per libertà concesse) del carcere di Torino. Siccome a regolare tali attività sono preti e suore il tema scelto è la Passione. Non troppo avvezza alla religione la regista comincia a stabilire un rapporto con i detenuti e a leggere il vangelo. Quello che esce fuori è una versione musicale e gioiosa della passione dove Gesù non è sottoposto a processo o giudizio e quindi non è crocefisso, anche perchè nessun detenuto vuole fare la parte dell’infame Giuda. La Chiesa non gradirà.

Leggere la trama del film purtroppo è molto meglio che guardarlo, perchè dall’idea che è alla base scaturiscono molte suggestioni interessanti e si intuisce un discorso sulla religione, il modo di intenderla e il modo con il quale penetra nelle nostre vite che poi ha poco sviluppo nel film.
Anche dal punto di vista visivo Ferrario, che solitamente ci ha abituato a ottime idee, sembra ripiegarsi su scelte e soluzioni povere. Non riesce a rendere la vitalità di un musical e nemmeno a mostrare la clausura carceraria (se non nella primissima inquadratura).
E la novità (??) del digitale per penetrare la realtà attraverso interviste e domande schiette (?????) ai carcerati non è utile in questo senso.

La regista ossessionata dal comprendere davvero la Passione per metterla in scena, i carcerati (reali), la loro sete di libertà e i loro ragionamenti semplici condizionati dalla situazione (“Non ho capito, ma se è contro il carcere mi sta bene“), la Chiesa a indottrinare e aiutarli e la figura molto particolare del direttore, tutti concorrono a dare l’idea che la religione è la vera prigione perchè molto più castrante di quanto poi non sia il carcere reale.
Per Ferrario la religione è la vera prigione perchè vincola atteggiamenti, idee, supposizioni, ragionamenti e possibilità. Anche il direttore del carcere contrariamente al suo stereotipo è possibilista, media, tratta e in fondo non crede troppo nell’istituzione carceraria, mentre preti e suore non ammettono possibilità di fuga.

Ma tutto questo è reso su schermo senza la minima raffinatezza espressiva, senza sfumare ma sbattendo in faccia allo spettatore le peggiori convenzioni.
A mancare non è la solita apprezzabile libertà di messa in scena che si prende il regista, specialmente nel finale, quello che manca è invece una forma cinematografica in grado di portare praticamente sullo schermo quelle idee che la trama suggerisce.
Tutta Colpa di Giuda è un brutto film che dice cose interessanti.

Quanto conta la realizzazione di fronte ad un’idea ed una trama simili? Può bastare il far capire le proprie intenzioni? Qui gli altri pareri.

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