Che – Guerriglia, la recensione in anteprima

Scritto il 29 aprile 2009 @ 15:15 da Gabriele Niola in

Che - Guerrilla Regia: Steven Soderbergh
Cast: Benicio Del Toro, Lou Diamond Phillips, Catalina Sandino Moreno, Demián Bichir, Rodrigo Santoro
Durata: 132 minuti
Anno: 2008

La seconda parte del Che di Soderbergh è anche più noiosa della prima. Essendo un film unico che solo per esigenze di distribuzione (e solo in alcuni paesi) è stato diviso in due questo non stupisce molto, certo la speranza di avere un finale tirato però c’era lo stesso.

Se la prima parte era centrata sulla rivoluzione cubana questa seconda è tutta sull’esperienza boliviana e insieme dipingono una specie di trattato esteso sul concetto di rivoluzione, su quelle riuscite e quelle fallite, quindi su come riescono e come falliscono. La cosa è resa ancor più chiara dalla grande “verbosità” del Che riguardo le sue teorie.

Che – Guerriglia come dice il titolo stesso è più centrato sulle battaglie e aumenta decisamente il senso “pop” dell’operazione, cioè la ripulitura di una figura oggettivamente sporca per farla entrare nei migliori salotti. Se in Italia e in gran parte del mondo infatti Ernesto Guevara è da tempo considerato da molti un mito negli Stati Uniti, anticomunisti per definizione, c’è bisogno di un’ampia opera di traduzione che lo renda accettabile. Ecco allora il Che magnanimo, il Che pover’uomo, il Che filosofo, il Che teorico e il Che filantropo.

L’intento è talmente palese da sembrare scontato. Esso non trova eco solamente nella trama, cioè nella scansione del racconto (un’epopea mitica proprio perchè fallimentare nel finale), e nei dialoghi, spesso enfatizzati dalle molto componenti patinate di messa in scena ma lo è soprattutto per l’estetica.
Proprio quella patina di glamour rende chiari gli intenti. Sono i vestiti pulitissimi e stiratissimi di tutti i miliziani, i loro volti curati e truccati, la perfezione formale della messa in scena, i colori ben abbinati e i capelli quasi sempre in piega ad urlarlo da ogni inquadratura.

Tutto questo non deve sembrare puro hollywoodianismo, si tratta di una produzione elevata e sicuramente molto curata in cui nulla è lasciato al caso. Dunque la volontà di avere un’apparenza perfetta è anch’essa significante.
E’ la medesima differenza che passa tra un western pulito (e quindi “mitico”) di John Ford e uno sporco (e quindi già in questo “crepuscolare”) di Peckinpah.

E’ questa la strada della storicizzazione di una figura simile? E’ il mito l’unica possibile dimensione per raccontare Ernesto “Che” Guevara o si poteva tentare qualcos’altro? Qui le altre recensioni.

Contenuto interessante? Consiglialo!

Condividi

Commenti

Consigli per lo shopping su Amazon