Ember, la recensione

Scritto il 18 dicembre 2008 @ 13:45 da Gabriele Niola in

Un film tutto corse e stratagemmi per raccontare il desiderio di conoscere dell’uomo e la sua ansia di libertà

Ember Il mistero della città di luce Poster ItaliaRegia: Gil Kenan
Cast: Bill Murray, Timothy “Tim” Francis Robbins, Saoirse Ronan, Harry Treadaway, Martin Landau, Toby Jones, Mackenzie Crook, Marianne Raigipcien Jean-Baptiste
Durata: 95 minuti
Anno: 2008

In un momento storico-cinematografico in cui vengono portate al cinema moltissime saghe letterarie e vengono adattati moltissimi libri comincia a fare la differenza non tanto la trama o la storia raccontate quanto il modo con cui si sceglie di ridurre.
Adattare un libro è infatti sempre una riduzione, perchè in un libro c’è sempre più materiale di quanto possa entrare in un film. Occorre dunque scegliere cosa tenere e cosa scartare e questo equivale a scegliere cosa raccontare di quella storia e secondo quale percorso.

Se infatti esistono degli elementi che non possono essere trascurati (gli snodi fondamentali per la comprensione della trama) esistono anche diversi modi per renderli su schermo e diverse strade per arrivarci. Ember fa una scelta tra le più originali e inusuali tra quelle viste fino ad ora.
Il percorso seguito da Gil Kenan è stato infatti tutto concentrato sull’azione e poco sui personaggi. Il regista non ha tentato di fare tutto ma di fare una cosa sola ovvero raccontare bene gli snodi di trama dando un buon ritmo al film e concentrando la durata in soli 95 minuti.

In moltissimi punti si intuisce come gli elementi presentati possano essere molto più articolati di quello che si vede, di come in sostanza si tratti di parti che sicuramente nel libro sono trattate più a lungo, ma il film le tocca e va avanti perchè si concentra sull’azione, proprio nel senso delle azioni dei personaggi in gioco.
Ember ha il pregio di curare molto il comparto scenografico/costumistico (sebbene smaccatamente con un occhio all’espressionismo terminale di Metropolis aiutato da tutto il design ispirato agli anni ’20/’30) innervando il racconto sulle corse, le strategie, le fughe e l’ansia di risolvere il mistero. Così facendo trova la chiave corretta per rendere il fascino della città isolata, dell’ansia di libertà e dell’irrefrenabile volontà umana di conoscere.

In questo senso azzecca completamente il target (leggermente più giovanile del solito) e soprattutto il ritmo, senza la velleità di riportare la complessità di un’opera letteraria ma con l’audacia di voler operare un racconto d’avventura cinematografica come si deve.

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